Nove anni. Ci sono voluti nove lunghi e travagliati anni perché The Last Guardian vedesse definitivamente la luce su piattaforma PS4. Un titolo che sin dal suo primissimo annuncio – durante l’E3 del 2009 – ha fatto commuovere e scalpitare i videogiocatori di tutto il pianeta Terra.

The Last Guardian quindi si trascina un’eredità pesante, di un certo spessore: i suoi predecessori ICO e Shadow of the Colossus, al loro tempo, hanno fatto la storia di Playstation 2 ma soprattutto quella del loro creatore Fumito Ueda.

Però non tutto è stato un idillio per il game designer giapponese: le vicende che si sono susseguite intorno allo sviluppo di The Last Guardian sono tumultuose ma soprattutto hanno fatto sì che il gioco venisse rimandato di anno in anno. È però inutile addentrarsi nel passato perché The Last Guardian è ora una realtà concreta e tangibile, un’esclusiva su cui Sony ha investito parecchio mettendo in gioco soprattutto la sua credibilità come publisher.

Fumito Ueda-san (e tutto il team di sviluppo di genDESIGN) sarà stato in grado di portare a compimento in maniera eccelsa l’eredità che egli stesso ha creato? Proviamo a spiegarvelo con le nostre consuete cinque parole.

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Analessi

La trama di The Last Guardian è in tutto e per tutto un’analessi; un flashback totalmente avvolto nel mistero caratterizzato da una trama abbastanza lineare, della quale non scopriremo nulla se non al concludersi del titolo.
Il giocatore vestirà i panni di un bambino sulla cui pelle troviamo una moltitudine di simboli misteriosi. La voce narrante è quella dello stesso bambino, ormai adulto, intento a rimembrare le sue perigliose avventure al fianco di una “bestia mangia uomini” che risponde al nome di Trico.

Trico è un animale fantastico: possiede un folto piumaggio come quello degli uccelli e morbide orecchie come quelle dei cani. Quando lo fisserete negli occhi non saprete se temerlo follemente oppure amarlo altrettanto follemente.

Il bambino narra – attraverso una lingua totalmente inventata ma che possiede delle forti assonanze con il giapponese – il suo primo incontro con Trico, che inizialmente si mostra ostile. Incatenata e ferita, la bestia cercherà in tutti i modi di allontanarvi. Tutti però sappiamo qual è la vera natura dei bambini: non conoscono la paura e sono ancora troppo innocenti per riconoscere ciò che potrebbe arrecargli del dolore (fisico o psicologico che sia). Minimamente intimorito dalla presenza di Trico, il bambino libera e sfama la bestia, iniziando ad instaurare con essa un legame che si rafforzerà con l’avvicendarsi della trama.

Insieme affronterete un cammino per nulla facile, fatto di salti nel vuoto, enigmi da risolvere, armature animate da configgere, il tutto condito con una consistente dose di frustrazione e dolore. Tutto questo per fuggire da un luogo e un nemico totalmente ignoti.

Sarà proprio questa sete di conoscenza che vi spingerà inesorabilmente a terminare il gioco.

Chi è il bambino? Perché si trova rinchiuso in quella struttura? Che cosa spaventa Trico? Chi è il nemico? Esistono altri Trico?

Indisciplinato

Il primo impatto con The Last Guardian farà riaffiorare il ricordo di ICO e Shadow of The Colossus. La poeticità che evoca il titolo però si scontrerà – con un boato tremendo – con i difetti tecnici riportati dal gioco: movimenti meccanici e per niente fluidi, poligoni che si compenetrano, texture a volte poco definite e drastici cali di frame rate. Probabilmente i travagliati anni di sviluppo, il passaggio di generazione (il titolo doveva originariamente uscire per PS3) e le diverse mani che hanno scritto il codice, hanno creato un gameplay totalmente indisciplinato, macchinoso e a tratti frustrante.

Sostanzialmente il compito del bambino e della bestia piumata a quattro zampe è molto semplice: cooperare per evadere – principalmente sfruttando l’ingegno – dalla misteriosa struttura decadente in cui siete rinchiusi. Fin qui sembra tutto facile. Volete saltare verso una sporgenza? Bene: avrete bisogno di diversi tentativi perché il bambino – spessissimo – finirà nel vuoto, non seguendo minimamente il vostro volere. Questo è solo uno degli esempi che ben descrivono l’essere indisciplinato del gameplay.

Il bambino però non è l’unico alunno ribelle della classe, perché il selvatico Trico batte a mani basse il nostro giovane protagonista: i due infatti appartengono a due mondi completamente diversi e “parlano” due lingue totalmente estranee tra loro.

L’indisciplinatezza di Trico quindi non è obbligatoriamente da considerarsi un difetto costruttivo e il frutto di un’intelligenza artificiale non performante.
Pare infatti che nella mente di Fumito Ueda, la bestia sarebbe dovuta essere quanto più possibile simile alla realtà. Provate a dire a un cucciolo di cane di dirigersi verso un sentiero piuttosto che un altro. Probabilmente vi fisserà per lungo tempo senza aver capito il comando, girerà intorno facendo quello che gli pare e forse, alla fine, deciderà che siete degni della sua attenzione. Lo stesso meccanismo è stato applicato a Trico. Provate a dirgli di spostarsi verso una lontanissima e irraggiungibile sporgenza. Potrebbero passare anche dei minuti prima che il bestione esegua gli “ordini”.

Se la pazienza non è il vostro forte, così come non è il mio, rischierete dei rage quit clamorosi.

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