Quella di Ubisoft è stata una scelta coraggiosa. Niente terroristi – ormai decisamente troppo abusati – e niente gang urbane. La guerra questa volta si sposta su un fronte purtroppo molto meno conosciuto e meno esposto, un fronte che ha guadagnato i suoi 15 minuti di celebrità grazie a Narcos, la serie TV realizzata da Netflix, ma che, troppo spesso, finisce dimenticato, messo all’angolo ed ignorato in favore di qualcosa che fa più notizia. Sto parlando del narcotraffico, di un fenomeno antico ma sempre in evoluzione, in grado di stare al passo con i tempi e di dettare persino nuovi e mortali trend.

Come se la sarà cavata quindi Ubisoft in questo suo tentativo di dipingere la vita e i rapporti di potere di chi si dedica al traffico di droga con il nuovo Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands? Ve lo spiego con le consuete 5 parole: setta, Ajay, APR, escursione, sacrificio.

Setta

Negli ultimi 3 mesi ho scoperto e seguito con passione NCIS: Los Angeles, spin-off ambientato nella soleggiata California e incentrato più sul terrorismo che sui classici casi di omicidio, furto e rapimento a cui ci ha abituato il longevissimo NCIS. Nonostante l’impronta action, lo humor e lo spazio riservato alle personali avventure dei protagonisti, questo telefilm riesce a dipingere in modo piuttosto chiaro i rapporti di potere tra i vari gruppi criminali con cui gli Stati Uniti sono abituati a convivere, inclusi i cartelli della droga messicani.

Lo so, vi starete chiedendo cosa c’entra. Niente paura, ve lo spiego subito. Gli odierni narcotrafficanti dell’America Centrale – quello di cui parlano spesso film e serie TV – sono indubbiamente potenti, ma limitati dal fatto di essere in lotta tra loro. Un omicidio, un arresto o la perdita di un carico di droga potrebbe – in pochi giorni – destabilizzare l’intera rete e lasciare spazio ad un nuovo leader. Il cartello Santa Blanca, quello ideato da Ubisoft con l’aiuto di scrittori come Don Winslow e Shane Salerno, che hanno dedicato la vita alle ricerche sul narcotraffico, somiglia invece moltissimo all’impero creato da Pablo Escobar e per capirlo vi basteranno pochi secondi, il tempo di ascoltare il vaneggiante ed inquietante discorso dell’indiscusso dittatore di questo regno, El Sueño:

“Ho fatto un Sogno.
Una terra tutta nostra, dove poter coltivare coca, produrre cocaina.
Nel mio sogno una donna mi ha chiesto: e se avessi un paese tutto tuo? Come Mosé, ho condotto il mio popolo nella nuova Terra Promessa.
Eravamo ad un passo dal realizzare finalmente il mio sogno: creare un narco-stato. Lo Stato di Santa Blanca.”

Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands non è quindi una caccia all’uomo, ma è costruito come un’opera di destabilizzazione del cartello, di un’organizzazione che è riuscita a mettere le mani su un intero Stato imponendo le proprie leggi e persino una propria religione, quella della Santa Muerte. A dirigere i lavori – come nei più classici dei film – c’è la CIA, con l’agente Karen Bowman, mentre voi vestirete i panni di Nomad, leader del Ghost team, affiancato dai suoi fedelissimi agenti: Midas, Holt e Weaver. In quattro dovrete quindi girare la Bolivia in lungo e in largo, prendendo di mira i sottoposti del tatuatissimo El Sueño per abbattere questa insolita setta e far spazio ai ribelli.

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Ajay

Ho passato le prime ore di gioco a pensare ad Ajay, il giovane protagonista di Far Cry 4. Non perché Nomad gli somigli, anche perché siete voi che, all’inizio del gioco, dovrete dargli un volto, ma per via delle affinità in termini di gameplay.

In Wildlands ritroverete un open world ben definito, una serie di missioni legate alla storia che deciderete voi quando avviare, una quantità davvero indecente di missioni secondarie e, soprattutto, una libertà d’azione davvero invidiabile, la stessa che vi permetteva di assaltare gli avamposti di Far Cry in modo più o meno stealth e decidendo con molta calma il punto d’accesso migliore.

Insomma, la sensazione di dejà-vù sarà piuttosto netta, ma questo non significa che i due titoli di Ubisoft siano uguali. A distinguerli infatti non c’è solo la storia, ma anche il feeling generale del gioco – molto più tattico rispetto a Far Cry-, il supporto, spesso fondamentale, dei vostri compagni di squadra, l’abbondanza di veicoli aerei – indispensabili visto che le strade in Bolivia sono poche e spesso sconnesse – e l’aiuto dei rebelli; aiuto che però dovrete guadagnarvi portando a termine una serie di incarichi.

A disposizione poi avrete un corposo albero delle abilità; abilità che dovrete sbloccare guadagnando gli omonimi punti. Non immaginatelo però come una classica lista di skill. In Wildlands infatti non contano solo le prestazioni del singolo. La sezione Abilità quini permette di potenziare le armi, l’equipaggiamento, la squadra e persino i ribelli. Più che un assolo si tratta quindi di una performance corale, di un’orchestra che va addestrata e ogni tanto viziata per riuscire a suonare la melodia perfetta.

Naturalmente anche voi sarete chiamati a fare del vostro meglio, cosa possibile sia grazie alle skill di Nomad, come la resistenza, la capacità di non farsi individuare o quella di sopportare il dolore, sia alle armi che sceglierete, armi che potete potenziare nel menù delle abilità ma anche selezionare e personalizzare nella schermata dedicata, decidendo con cura qual è il mirino adatto a voi, che tipo di grilletto preferite o quale canna utilizzare.Tutti elementi che troverete sparsi per l’immensa mappa di gioco e che spesso richiederanno duri scontri a fuoco per essere conquistati.

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