Ieri sul blog La 27esima Ora del Corriere.it è stato pubblicato un articolo intitolato “Videogame e sexual harassment: perché le videogiocatrici non si ribellano?

L’ ho letto diverse volte per essere sicura che nulla mi fosse sfuggito ma ogni volta il mio viso si è contorto in smorfie di disgusto. Un articolo inutilmente femminista, quasi volesse trollare attaccando gli stessi troll.

Breve sunto: con il diffondersi dei giochi online molte donne hanno deciso di unirsi al gruppo diventando vere e proprie videogiocatrici andando incontro ad alcuni problemi come per esempio sentirsi indesiderate e inadeguate.

Partirei da quel “unirsi al gruppo”. Non sono una psicologa, ma per inserirsi in un gruppo già ben formato e coeso bisognerebbe farlo in punta di piedi. Inoltre a mio avviso, non bisogna pretendere rispetto, in quanto donna, se prima non lo si è guadagnato sul campo. Ho giocato per molto tempo a COD online e gli insulti, assolutamente gratuiti, non erano rivolti solo verso la mia persona ma anche verso tutti gli altri giocatori, uomini o donne che fossero (la giornalista si guarda bene dal riferire ciò). Fa sembrare che l’oggetto di discriminazione siano solo ed esclusivamente le donne.

I troll esistono ovunque, ma vi prego, non facciamo di “tutta l’erba un fascio”. I troll diffondono odio per divertirsi o per provocare (non entro nelle menti di costoro), ma dandogli importanza non si fa altro che fomentare il loro ego.

Marta Serafini (la giornalista del Corriere.it) cita anche un articolo comparso su BBC News che tratta sempre lo stesso argomento.
BBC News riferisce ciò: durante a un contest dal vivo chiamato Cross Assault un concorrente uomo schernisce una ragazza del gruppo offendendola e addirittura chiedendole quale sia la sua taglia di reggiseno.
Cosa c’è di così sensazionale in questo “insulto”?
Detto ciò, non è la prima ne l’ultima volta che le donne sono bersaglio di quello che ai giorni d’oggi chiamano sexual harassment (perché non dirlo in italiano? Probabilmente non è abbastanza di tendenza). Jennifer Hepler, dopo le sue dichiarazioni, sicuramente poco condivisibili, è stata fatalmente trollata su Twitter tanto da vedersi costretta a cancellare l’account. Cancellare??? Io non ci avrei pensato due volte, avrei tenuto quell’account per mostrare quanti ignoranti ci siano in giro. Cosa simile è successa alla giornalista di Kotaku Australia Katie Williams.
Tutti questi episodi sicuramente mostrano che la discriminazione effettivamente c’é, anche perché in un ambiente maschile così ben formato è difficile entrare, figuriamoci imporsi.
D’altra parte invece questa giornalista del Corriere crede che solo il fatto di essere donna comporti che tutti portino rispetto. La parità dei sessi è proprio questo: essere trattati come gli altri, non come delle portatrici di handicap. Non tutela incondizionata. Bisogna stare alle regole di questo microcosmo (magari un po’ malato). Se si decide di farne parte, bisogna sapere che ci sarà sempre quello che insulta e tu dall’altra parte della cuffia hai due scelte: mettere il mute oppure rispondere come solo una donna sa fare. Senza insultare ma fraggandolo ugualmente.
Se un cafone ti fa una battuta sulla taglia di reggiseno che porti, basta rispondergli: “la quarta” (a me è capitato più volte). Il piccolo uomo che ha fatto tale domanda idiota, sentendo la risposta si è sentito ancora più piccolo.
Siamo dotate di intelligenza, e non siamo solo “tette e culi” ambulanti. Quindi usiamola, per favore (l’intelligenza… :D).