Più o meno è andata così: sto per andare a studiare, un collega mi linka una canzone, apro il link per curiosità e mi ritrovo ad ascoltare il Main Theme di To The Moon. Amore a primo ascolto. Il brano mi è entrato in testa e mi sono addormentata pensandoci.

Il passo successivo non poteva essere che questo: provare il gioco che ha avuto la fortuna di essere accompagnato da una delle soundtrack più belle di sempre. E così, 70Mb di download dopo, mi sono ritrovata davanti alla piccola perla realizzata da un team di sviluppatori indipendenti che porta il nome di Freebird Games e che è uscita nel 2011, nonostante l’interfaccia un po’ retrò possa trarre in inganno. Ma qui quello che conta è l’atmosfera, data in primis proprio dalla meravigliosa colonna sonora che lo accompagna in ogni singolo momento e che finirà col rapirvi, ma anche dalla storia, semplice ma commuovente. Dopo quasi due ore di gioco (tre sono quelle che vi servono per finirlo) mi sembrava di avere appena iniziato ed ero incapace di staccarmi e spegnere il pc, cosa che difficilmente mi capita.

Ma To The Moon non è l’unico gioco capace di trasportarci in un altro mondo facendoci perdere il senso del tempo e dello spazio perché recentemente il medesimo effetto l’ha fatto Journey, con il suo essere apparentemente senza scopo e senza guida, soli in mezzo ad un mare di sabbia e ad un silenzio che viene riempito dalla splendida musica di Austin Wintory.

Sicuramente la differenza tra un videogame creato con RPG Maker come To The Moon e l’acclamatissimo Journey c’è e si sente, ma quello che rimane universale è l’atmosfera, che può fare la metà del lavoro in un videogioco quando si è capaci di crearla. Pensate anche solo a Limbo. Non è un videogame eccessivamente complesso, non c’è una grafica pompata, non c’è nemmeno una storia troppo studiata, eppure ha avuto parecchio successo perché c’è atmosfera e quella è bastata a farlo balzare agli onori della cronaca e a stuzzicare la curiosità di migliaia di giocatori in tutto il mondo. Limbo ha persino dato il via a tutta una serie di giochi per smartphone che si ispirano alla medesima filosofia. Ricordo ancora con un certo affetto Oscura, provato durante l’estate su Android: un personaggio senza nome e senza volto con il compito di riportare la luce nel mondo attraverso livelli che di colorato avevano solamente lo sfondo, di una sola tonalità che cambiava di volta in volta. Pura magia da portare sempre in tasca. Quando l’ho finito, un po’ troppo presto per i miei gusti, mi è dispiaciuto tantissimo doverlo disinstallare per fare spazio ad altro.

La verità è che al di là di ciò che rende tecnicamente immersivo un gioco c’è tutto un mondo fatto di emozioni che aspettano di essere risvegliate dalla giusta atmosfera, dalla perfetta colonna sonora, da una storia semplice che sa di umanità, di quotidianità o di ricerca. Non dico che tutti i giochi dovrebbero essere come To The Moon, non dico nemmeno che dovremmo giocare solo a piccole perle videoludiche indipendenti come Journey, dico solo che dovremmo smettere di fissarci sulla grafica e sulle ore di gioco che un titolo ha da offrire, perché a volte tutto quello di cui abbiamo bisogno sono tre ore fuori dal mondo guidati da un gameplay minimale che ci permette di goderci tutto il resto. E “il resto” fa bene all’anima.