Dimmi che avatar scegli e ti dirò chi sei. O chi puoi diventare. E no, non sto scherzando.

Forse non ci pensate mai o forse lo ignorate volutamente, ma provate a concentrarvi sulle prime cose che fate quando avete tra le mani un videogame nuovo: lo inserite nella console, lo avviate, vi guardate il prologo, se presente, e poi, spesso e volentieri, arriva il momento di scegliere il vostro personaggio.

Facciamo un esempio concreto. Prendiamo il sempre valido Mass Effect. Voi siete prima di tutto il comandante Shepard e questo non lo potete cambiare, ma in compenso potete decidere di dargli un volto, un nome e delle caratteristiche che vi permettano di sentirvi a vostro agio nei panni del protagonista. Che vi permettano di immedesimarvi. Se vi fermate qualche altro minuto a pensare a come vi comportate di fronte a questa fantomatica schermata. Ci pensate un po’, fate delle prove, magari cercate anche di stabilire cosa vi sembra meglio ai fini del gameplay, ma dopo qualche breve riflessione prenderete quello che si adatta meglio a voi, quello che vi piace.

Niente di tutto quello che avete deciso per il vostro comandante Shepard è casuale, anzi, tutto quanto dice qualcosa di voi, di ciò che siete e che vorreste essere. Ma non è nemmeno questo il punto. Fin qui infatti non c’è niente di sorprendente: abbiamo davanti infinite possibilità in parecchi videogames (pensate solo a World of Warcraft) e le sfruttiamo per dare vita a qualcosa che ci rispecchi tanto fuori quanto dentro e che magari ci permetta di correggere quello che non ci piace di noi. Insomma, potete sviluppare un Io 2.0 con estrema facilità. Inutile sprecare questa opportunità, giusto?

Non fermatevi solo a questo, non rimane arenati di fronte all’idea che la frustrazione di ciò che ci manca possa essere frenata da un alter ego videoludico che corregge i vostri difetti. Se lo faceste perdereste di vista una delle basi del gaming, soprattutto di quello più contemporaneo: un videogioco è un’esperienza. Siete chiamati non solo ad esperire la storia e l’ambiente di gioco, ma il vostro stesso protagonista, quello che avete creato e che state guidando in mille avventure diverse e che un po’ guida voi. Ecco il punto. Non è unilaterale la cosa, ma bilaterale.

Avete creato qualcosa che si basa sull’idea che avete di voi, cercando di essere più o meno fedeli, ma quel qualcosa non siete voi, è una fusione di vari aspetti che vi influenzano ed è un effetto che non potete controllare.

GamePrincess_avatar_Mass_Effect

Ecco, da qui a dichiarare che “I videogiochi fanno male perché manipolano la gente” il passo è breve, ma mettete da parte per qualche minuto le pietre per lapidare l’industria videoludica così da poter mettere prima mano ai sempre validi studi scientifici sull’argomento. Alcune ricerche hanno dimostrato che sì, l’influenza esiste e non possiamo dare per scontato che sia positiva, anche perché ci troviamo di fronte a dati che evidenziano come, ad esempio, giocare a Need For Speed renda al giocatore più facile l’associazione io-pilota-corse oppure come l’utilizzo di giochi come Call of Duty semplifichi l’equivalenza io=soldato. Il che ovviamente non vuol dire che diventeremo tutti giovani Toretto che sfrecciano per le strade derubando camion e guidando come dei pazzi o che CoD vi trasformerà in cecchini degni dei corpi speciali. Un esempio? Io gioco a Need For Speed da quando vado alle medie praticamente e non guido a meno che non sia questione di vita o di morte, quindi si tratta, come sempre, di predisposizione, carattere, ambiente e stressor presenti nella vita del giocatore.

Prendiamo però da questi studi l’assunto che il gioco influenza in qualche modo il giocatore. Ecco. Altri studi, un po’ più approfonditi, dimostrano che quando l’avatar siamo noi a sceglierlo, come già detto prima, tenderà ad essere simile a ciò che vorremmo diventare, si trasformerà un ideale da raggiungere. Sullo schermo vedremo quello che vorremmo fare, quello che vorremmo essere, e pian piano questo ci permetterà di lavorare su noi stessi per far sì che l’immagine virtuale combaci con quella reale.

Una ricerca molto basilare ha preso Wii Fit e i Mii di Nintendo. In sostanza è stato chiesto ai partecipanti di creare il loro Mii e poi di esercitarsi con il gioco. Sorprendentemente i gamer che erano stati capaci di creare un alter ego molto simile al loro ideale si impegnavano maggiormente e più a lungo per riuscire a lungo termine a somigliare al loro piccolo Mii. Questo è solo un esempio ma capite che potenzialmente siamo di fronte ad un’esperienza di scambio per cui io do qualcosa a te, avatar, e tu dai qualcosa a me e quel qualcosa modifica il mio comportamento tanto nel gioco quanto poi nella vita reale.

GamePrincess_avatar_Nintendo_Mii_Wii

I videogames sono indubbiamente un mezzo che si presta molto alla critica proprio per la loro capacità di creare una connessione con il personaggio che guidiamo, un link che ci influenza anche fuori dal virtuale, ma in fin dei conti, con un giusto approccio e di fronte alla possibilità di creare qualcuno che ci somigli e ci migliori, ci offrono l’opportunità unica di migliorarci e correggerci, di aumentare la nostra autostima e di avere un obiettivo tangibile. Non è solo un “vorrei essere migliore o diverso“. È avere di fronte il nostro Io-ideale, è vederlo davanti a noi anche se dentro uno schermo, è rendersi conto più o meno consciamente che è così che vorremmo essere e questo ci spinge a diventarlo.

Insomma, scegliete bene e perdete tempo quando dovete dare via al vostro protagonista perché alla lunga potrà farvi bene nella vita reale.