C’è chi nasce Assassino e chi Assassino lo diventa. Edward Kenway lo è diventato, ma gradualmente perché prima, prima era solo un pirata che aveva ucciso un uomo dopo essere sopravvissuto ad un naufragio ed era pronto ad approfittarne per raggiungere il suo obiettivo: fare soldi. Questo è l’inizio di Assassin’s Creed IV: Black Flag, il nuovo titolo dedicato ad una delle serie che più amato negli ultimi e che, ahimé, aveva cominciato a perdere appeal quando Ezio ha lasciato il posto ad un insipido (e buggato) Connor.

Ce l’ha fatta Ubisoft a risollevare le sorti del franchise? Beh, con mia grande sorpresa, sì e vi spiego perché in 5 parole.

Pirati (dei Caraibi)

Scordatevi l’Italia, scordatevi Boston, scordatevi Costantinopoli. A dire il vero, scordatevi proprio la terraferma perché Black Flag è soprattutto mare. Il nuovo capitolo sembra la versione videoludica de I Pirati dei Caraibi: isole paradisiache, giungle, rum come se piovesse, pirati pronti ad intonare le più svariate canzoni e una sconfinata distesa acquatica da attraversare a bordo della vostra nave, la Jackdaw.

Lo so, detto così pare un gioco su Jack Sparrow e non Assassin’s Creed, ma dategli tempo perché poi vi ricrederete e soprattutto apprezzerete le battaglie navali che danno un po’ di varietà al gameplay che ha mantenuto intatte le componenti stealth e i lunghi scontri muniti di spade.

Prima che me lo chiediate, perché tanto so che lo farete, ve lo dico subito così vi mettete l’anima in pace: no, i combattimenti con le armi bianche non sono migliorati particolarmente, al contrario risultano quasi più semplificati perché il nemico che vi attacca sarà contrassegnato da un enorme bollino rosso. Insomma, non più uno alla volta ma se qualcun altro si butta nella mischia lo riconoscete subito e potete parare il colpo senza troppa fatica.

Narrazione

Se c’è una cosa che ho sempre amato di Assassin’s Creed è la narrazione. Non eccessivamente complessa, non spasmodicamente alla ricerca del reale, ma interessante, appassionante e soprattutto legata alla Storia, quella che abbiamo appreso sui banchi di scuola e che improvvisamente prende vita davanti ai nostri occhi e ci spinge a saperne sempre di più.

Eppure non è solo quel che Black Flag racconta a catturarci, ma è il modo. Ci sono il fascino dei pirati, c’è l’atmosfera da paradiso terrestre, c’è la magia dell’archeologia che si fa strada in modo sottile, ma soprattutto c’è la gradualità. Non scoprite tutto subito, non potete prevedere come andrà a finire, perché ogni ora di gioco vi porta nuovi elementi, nuovi fatti, nuovi tesori. C’è sempre qualcosa che ancora non sapete, c’è sempre un posto nuovo da vedere, c’è sempre un elemento da trovare di cui avete bisogno.

E magari sì, un po’ vi perderete dietro all’immensità del mondo che avete davanti e delle cose che potete fare, ma alla fine tornerete là, al filo rosso che vi conduce fino al finale perché non potete farne a meno, perché dovete sapere e perché sì, non vedete l’ora di sorprendervi. Di nuovo.

Scoperta

GamesPrincess_Black_Flag_Edward_KenwayVe l’ho già detto: il bello di Assassin’s Creed è che la storia di fondo è una continua scoperta. Per Edward e per voi. Ma non c’è solo la vicenda principale perché Black Flag è un free roaming e di attività, di posti, di tesori ce ne sono a decine. Le prime ore di gioco le passerete pensando “E adesso dove sono finito?” perché man mano che vi navigherete con la Jackdow, mani al timone ben salde, troverete nuove isole da esplorare, nuove mappe da sfruttare, nuovi porti e nuovi personaggi. Vi sembrerà tutto nuovo minuto dopo minuto perché È tutto nuovo.

Il quarto capitolo della serie è così: è fatto per stupirvi e farvi ritrovare il piacere della scoperta. A volte è un nuovo luogo, a volte una canzone, a volte un totem Maya che vi catapulterà qualche secolo più indietro, ma ci sarà sempre qualcosa che vi farà provare quella sensazione di meraviglia e stupore che rende tutti noi un po’ bambini.

Poliglotta

Quando c’era Ezio era tutto più semplice. Lui era italiano, la lingua era italiana, la location era, almeno nei primi 3 capitoli, italiana. Non c’era nessun altro idioma perché non era necessario ci fosse e andava bene così, soprattutto a noi che al massimo potevamo incappare in un po’ di latino con l’ormai storico Requiescat in pace.

Il mondo del Settecento però è molto diverso, soprattutto ai Caraibi. Ci sono gli spagnoli, i francesi, gli inglesi e no, non è l’inizio di una barzelletta. Semplicemente, tolti i dialoghi principali doppiati ottimamente in italiano, vi imbatterete in altri idiomi che renderanno molto più realistica l’ambientazione e vi permetteranno di immergervi nel clima culturale dell’epoca.

Insomma, un Assassin’s Creed poliglotta che vi farà fare un po’ di esercizio con le lingue straniere.

Impiegato

Scrivania, computer e colleghi più o meno simpatici. Questo è l’Abstergo e voi siete gli impiegati. Voi questa volta è letterale perché per la prima volta non sarete Desmond Miles, il Soggetto 17, ma vi troverete a governare un protagonista con la visuale in prima persona.

Ma cosa ci fate negli uffici della società che ha ideato l‘Animus? In sostanza quello che faceva il vostro predecessore: vivete i ricordi di qualcun altro. Edward è il vostro progetto, il vostro lavoro, quello che sembra essere un po’ l’eredità di Desmond e un po’ un nuovo software destinato all’intrattenimento delle famiglie. Insomma, questa Abstergo ricalca in qualche modo Ubisoft, ma non fatevi ingannare perché non è tutto banale come sembra.

Dopo qualche ora di gioco vi renderete conto che l’avventura non è tutta all’interno dell’Animus e che la scoperta, quella di cui vi parlavo poco sopra, è parte integrante della vostra esperienza da “impiegati”.