Vestito nero, cravatta rossa, testa rasata e codice a barre. Un marchio di fabbrica dal 2000 ad oggi per uno dei franchise più venduti e amati, ma soprattutto un successo videoludico che non poteva perdere l’occasione di venire consacrato anche al cinema e così, nel 2007, nelle sale di tutto il mondo è uscito il film: Hitman – L’assassino.

Le premesse non mi sembravano delle migliori: il regista, Xavier Gens, non è certo tra i più affermati, il protagonista, Timothy Olyphant, è famoso più per ruoli secondari e le trasposizioni cinematografiche, come ben sapete, tendono a sotterrare anche le migliori serie. Insomma, ho cominciato a guardarlo sperando non fosse un disastro completo. Immaginate la mia sorpresa quando mi sono resa conto che non solo il film era piuttosto valido, ma la storia risultava coerente e originale.

Il clone nato per uccidere infatti si trova alle prese con una storia inedita, una sceneggiatura ad opera di Skip Woods (quello di Wolverine e dell’A-Team) che coglie tutte le sfaccettature di un personaggio molto complesso e ricco di fascino. L’agente 47, a San Pietroburgo per l’omicidio del politico Belicoff, scopre dopo l’assassinio che il suo target è inspiegabilmente ancora vivo e che quindi lui non può essere pagato; convinto di non aver sbagliato, e con i servizi segreti russi e l’Interpol alle calcagna, il nostro Hitman cercherà di fare luce sull’accaduto e di capire chi stia tentando di incastrarlo.

Qualche colpo di scena, splendide scene d’azione e un personaggio che si evolve, anche se apparentemente non lascia mai cadere quella maschera di impenetrabilità e di mistero che lo rendono senza dubbio uno degli uomini più affascinanti dell’universo videoludico.

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Non fraintendetemi, il lungometraggio di Xavier Gens non è perfetto, anzi. Ci sono errori grossolani come il fantomatico confine Russia-Turchia, il fatto che il tatuaggio della co-protagonista, Nika, cambi occasionalmente guancia, le scene iniziali non originali ma tratte dal telefilm Dark Angel, gli agenti dell’FSB (servizi segreti russi) che si chiamano tovarish, dicitura in voga ai tempi del KGB… Insomma, qualche anomalia la troviamo, ma niente di intollerabile.

L’assassino di Gens è probabilmente una delle migliori trasposizioni che io abbia mai visto. 94 minuti che vi accorgerete a malapena essere passati proprio grazie al mix perfetto dato dall’originalità della trama e dalla fedeltà alle caratteristiche di base del protagonista. Intrattiene, appaga la vista, diverte e soddisfa persino i gamer.

Difetti? Uno: il più grande mistero non viene svelato e il pubblico rimane con un enorme interrogativo che sembra lasciato volutamente lì per un sequel. Peccato che la 20th Century Fox l’abbia annunciato 4 anni fa e ancora non ce n’è traccia.