Ci sono videogiochi che paiono nati per essere portati sul grande schermo: storie appassionanti, personaggi carismatici e ambientazione da blockbuster. Eppure, inevitabilmente, a finire al cinema sono sempre titoli e generi che nulla hanno da spartire con l’industria cinematografica, come ad esempio i picchiaduro. Questa volta però, ve lo confesso, non è andata proprio così male. Se Tekken infatti si è rivelato un fallimento su praticamente tutti i fronti possibili, DOA: Dead or Alive ha cercato di salvarsi in corner con un lato tecnico che quanto meno lo eleva a buon popcorn movie.

La trama è un misto di tutto quello che il franchise ci ha regalato nel corso degli anni: protagonisti già visti, stili di combattimento noti, il tentativo di creare il guerriero perfetto e soprattutto loro, le donne. L’attenzione infatti è spesso e volentieri focalizzata sui personaggi femminili, messi volutamente al centro della narrativa e ancora più spesso al centro delle inquadrature che nulla hanno da inviare a quelle che hanno reso il gioco famoso.

Ad emergere risultano così Tina, Christie e Kasumi, invitate insieme a Leifang, Leon, Bass, Max, Zack, Bayman, Hayabusa, al Dead or Alive,  il torneo internazionale di arti marziali più famoso al mondo e ospitato dal dottor Victor Donovan, socio del defunto creatore del DOA e padre dell’ultima concorrente, Helena. Lo scopo lo conoscerete tutti: eliminare i concorrenti ed essere dichiarati vincitori. Ovviamente il buon Victor, proprio come nel gioco, ha altri piani.

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Non illudetevi però, perché la storia non risulta fedele a nessuno dei capitoli del gioco anche se, tutto sommato, risulta un mix dei vari episodi ben costruito, abbastanza per lo meno da fornire una panoramica sui personaggi più importanti del franchise e da regalare al pubblico una storia in grado di intrattenerli per un’ora e mezza senza clamori buchi narrativi. Come al solito, a gioire di questo rimaneggiamento della narrazione, saranno coloro che non il gioco lo conoscono molto poco. Ovviamente i riferimenti a Dead or Alive non mancano, ma la realtà del videogame viene piegata a favore della fantasia, finendo così con cambiare elementi portanti del titolo per dare consistenza e coerenza alla trama del film.

A salvare il film, come vi dicevo prima, è il lato tecnico che offre coreografie e combattimenti di sicuro intrattenimento e tendenzialmente un po’ meno scontati e surreali di quelli che ci ha mostrato Tekken, senza contare che l’ambientazione caraibica aggiunge sicuramente fascino agli scontri.

Il risultato è un film che, come sempre, poco ha da spartire con il franchise, ma nonostante questo riesce a farsi perdonare qualche macro-svista e a divertire gli spettatori (soprattutto quelli di sesso maschile). Un buon investimento di tempo se non avete qualche lungometraggio più interessante da guardare.