Ho provato StarCraft per la prima volta quando avevo 10 anni. Mi piaceva il gioco, l’aspetto competitivo, quello strategico. Credo sia il gioco che più mi abbia insegnato come imparare cose nuove“. Carlo ClouD Giannacco, ormai trentenne, mi racconta così la nascita della sua passione per lo strategico creato da Blizzard nel lontano 1998.

Questo però è solo l’inizio della sua storia e anche della nostra conversazione; una conversazione che ha avuto luogo nei meandri della Chiesa di San Romano, a Lucca. Ho infatti incontrato Carlo nella ESL Cathedral di Lucca Comics & Games, un’occasione che ha spinto Giannacco a riprendere in mano mouse e tastiera per mostrare all’Italia come si gioca a StarCraft.

Ebbene sì, ho scritto “riprendere”. Nel marzo del 2013 Carlo decise infatti di abbandonare il mondo dei videogames per dedicarsi a quello del poker: “Quando giocavo a StarCraft II ero uno dei giocatori più forte d’Europa e il più forte d’Italia, ero pagato bene, ma non ci si può costruire un futuro con un solo titolo. Un player ha una vita professionale limitata, che dipende anche da quanto durerà il gioco. – mi spiega ClouD – Avrei potuto diventare coach ma ho deciso di non intraprendere questa strada. Ho voluto provare con il poker che comunque è stata una progressione naturale per molti altri giocatori di StarCraft perché il processo di apprendimento è molto simile“.

A questo punto chiedo a Carlo perché non abbia semplicemente cambiato gioco, optando magari per l’ormai remunerativo League of Legends. Giannacco mi fa capire che lanciarsi in un altro titolo a 25 anni non era la scelta più saggia: da un lato la competizione dei più giovani è ormai fortissima, dall’altro invece è una questione di responsabilità, di imparare a mantenersi e di costruire una carriera duratura, non inficiata dal normale decadimento fisico.

Ora come ora non consiglierei agli aspiranti professionisti di costruire una carriera attorno a StarCraft – continua Giannacco – È un gioco che tira tantissimo in Corea ma nel resto del mondo si è creata una cultura attorno ai giochi a team. Non mi sentirei invece di sconsigliare una carriera nel mondo degli eSports in generale. Se fatta bene, è un’esperienza di vita“.

Naturalmente ad un aspirante professionista non deve mancare l’impegno – interviene Luca PrO D’Emilio, che si siede vicino a noi portando con sé la sua esperienza di pro gamer di Starcraft: BroodWar e Starcraft II – Non è semplice dedicare tutto il proprio tempo ad un gioco, ci vuole dedizione per diventare bravi.”

Quello che conta – spiega invece Carlo – è solo la voglia di fare. Qualità come l’intelligenza o il talento velocizzano il processo. Magari una persona particolarmente talentuosa con 10 ore d’impegno produce il doppio del risultato di una persona con meno talento, però il giocatore meno dotato può recuperare mettendoci tanta voglia di fare e lavorando più ore.

Non è molto diverso da tutto il resto – continua Luca – Gli eSport vengono trattati diversamente quando invece funziona esattamente come per qualsiasi altro lavoro o come qualsiasi altro hobby. Seguono le stesse leggi.

Il mio tempo con ClouD e PrO è ormai terminato ma non posso esimermi dal chiedergli cosa pensano della recente decisione del Comitato Olimpico che ha deciso di innalzare gli eSport al livello di tutti gli altri sport.

Giannacco non ha dubbi: “A me sembra un processo naturale. Le Olimpiadi dei videogiochi già c’erano, ora verranno integrate nelle Olimpiadi normali. In realtà me lo aspettavo, ce lo aspettavamo un po’ tutti. Alla fine sono sport a tutti gli effetti dal punto di vista dell’impegno e delle qualità richieste“.

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