Tutto comincia con Nicole Kidman. Sì, quella Nicole Kidman. L’attrice hollywoodiana, quella di Nine, Australia, La bussola d’oro, Eyes Wide Shut. Si, insomma, avete capito. Comincia con la famosa interprete e produttrice australiana perché tempo fa ha prestato il volto ad una pubblicità targata Nintendo dedicata a More Brain Training nella quale rimaneva piuttosto delusa di fronte al dottor Kawashima  che le dava la bellezza di 52 anni (all’epoca ne aveva 40).

Quello spot era il modo dell’azienda giapponese di spingere le vendite di un videogioco che aveva idealmente la capacità di mantenere in forma il tuo cervello, indipendentemente dall’età. Dico “idealmente” perché non sono in possesso di dati scientifici che confermino l’ipotesi, ma, avendoci giocato per un po’, sono piuttosto sicura del fatto che il suo piccolo contributo lo dia, posto che alla fine gli esercizi sono quasi sempre gli stessi per cui scatta il fattore abitudine e che c’è una buona componente di competizione contro te stesso che ti spinge a provare ad oltranza solo per abbassare la tua età mentale. Non dite di no perché lo facciamo tutti. L’ho fatto anche io fino a che il dottor Kawashima non mi ha dato 20 anni.

Il punto ovviamente però non è More Brain Training. Il punto è che quel videogioco, uscito ormai 5 anni fa, ha messo i ricercatori di Nintendo e non solo di fronte alla domanda: possiamo produrre giochi per gli anziani?

Prima di tutto, sì, è possibile. Un videogame dedicato alle persone in età avanzata può essere utile alla loro stessa salute su due fronti diversi: quello mentale e quello fisico. Da un lato quindi l’industria videoludica potrebbe sviluppare giochi proprio come quello sopracitato, ossia adatti a tenere in allenamento la mente, puntando ad esempio sulle quelle funzioni cognitive che vanno indebolendosi con l’età. Praticamente un gioco con un background neuroscientifico, un po’ come sosteneva Daphne Bavelier.  Dall’altro  si potrebbe addirittura puntare a qualcosa di fisico, legato quindi al movimento e capace di sfruttare Wii Mote, Move e Kinect. Qualcosa insomma che permetta il controllo del proprio corpo in un periodo di declino, laddove il proprio senso di autoefficacia viene a mancare anche sul piano pratico e non solo su quello mentale. Addirittura alcuni ricoveri hanno pensato di includere i videogames all’interno dei trattamenti riabilitativi, cosa che già avviene per i più piccoli.perché gli anziani dovrebbero giocare con i videogiochiQuindi, tornando alla domanda iniziale, è chiaro che sarebbe possibile produrre giochi mirati, ma sarebbe necessario studiarne tanto la forma quanto il contenuto. Ad esempio non possiamo non tenere in considerazione i problemi relativi alla vista a cui vanno incontro, per cui la grafica dovrebbe essere pensata ad hoc e non sottovalutata dai produttori perché l’accessibilità è il fattore chiave per questo target difficile.

Ma l’unica difficoltà non è di carattere tecnico, c’è anche quella culturale. La generazione odierna di anziani non ha una naturale propensione ad usare la tecnologia, va educata, tanto alla pratica quanto alla teoria per abbattere il naturale sospetto che provano per queste “diavolerie moderne”. Eppure è fattibile. Insomma, se io ho educato mia nonna ad usare lo smartphone per giocare potete farlo anche voi con le vostre, no?

E il contenuto? Giusto, ho parlato di forma, di educazione, ma non ho detto come dovrebbero essere questi giochi. Fortunatamente in mio aiuto viene Bob de Schurter, un ricercatore che, in collaborazione con la Katholieke Universiteit Leuven, ha realizzato uno studio volto proprio a sviluppare un concept per poterci poi costruire un gioco adatto agli anziani. Secondo lui il videogame ideale è basato sulla cooperazione tra nonni e nipoti, o comunque tra due diverse generazioni, e orientato a risolvere puzzle e rispondere a domande. Perché questo e non un’altra tipologia? Beh, per ben tre motivi diversi:

1) Cultura. Se mettete di fronte ad un action game vostro nonno la probabilità che vi dica “Stai perdendo tempo, non serve a niente” è altissima perché, culturalmente, la sua generazione non concepisce cose che non hanno una qualche utilità. Un gioco da cui possono imparare qualcosa però viene visto sotto una luce diversa, per cui la conoscenza è sicuramente un buon punto per sviluppare videogames per questo target.

2) L’elemento di contributo. Dopo i 40 anni le persone tendono a voler lasciare qualcosa in eredità, a voler dare un qualche contributo alla società. Un gioco dove possono aiutare figli o nipoti ad apprendere è sicuramente una forte spinta a prendere in mano il pad invece del telecomando della televisione.

3) Connessione. Sociale, in questo caso. La pensione spesso e volentieri tende ad essere un elemento isolante, qualcosa che ti spinge in casa, da solo o con il partner, lontano dal fermento della città e dalla possibilità di conoscere gente nuova. Un modo per mantenere vive le relazioni sociali e dare loro varietà potrebbe essere proprio il gioco.

Insomma, le possibilità esistono e sono concrete, benché gli aspetti da considerare e studiare siano tanti. Non so voi, ma io spero tanto che nei prossimi anni tutto questo diventi concreto, anche perché quando invecchierò vorrei poter scegliere tra parecchi videogames adatti alla mia età e non solo More (More… More… More) Braining Train.