Si chiama PeaceMaker e no, non è il film del ’97 con George Clooney e Nicole Kidman. È un videogioco, di quelli che passano facilmente inosservati perché non ci si massacra, non ci sono agenti segreti super-accessoriati, non c’è un’ambientazione da paura, anzi quella è molto semplice e un po’ scomoda perché è ispirata al conflitto israeliano-palestinese. Dite la verità, ho appena conquistato tutta la vostra attenzione, vero?

Perché parliamo di questo gioco? Perché mi sono imbattuta in una ricerca decisamente affascinante realizzata l’anno scorso e da lì ho cominciato a leggerne molte altre inerenti al medesimo argomento. A dire la verità ancora non ho finito di vederle tutte, ma sono veramente tanti gli studi che hanno usato questo software, per cui mi ci vorrà del tempo. Per la parcondicio comunque mi sono stampata pubblicazioni di ogni genere, così da avere il quadro completo della situazione.

L’assunto di base è che il gioco di ruolo, quello con implicazioni politiche e morali come PeaceMaker, possa in qualche modo cambiare i punti di vista delle persone, rendendole meno faziose e aiutandole a vedere il conflitto da un punto di vista molto più obiettivo. Da lì a pensare che i videogiochi possano in qualche modo cambiare il mondo il passo è breve, ma per sostenere una tesi del genere serviranno prove un po’ più numerose e corpose di quelle trovate fino ad ora tramite la ricerca su un singolo, anche se ben fatto, gioco.

Facciamo un passo indietro. PeaceMaker è un videogame sviluppato nel 2007 da Impact Games, un’azienda specializzata in quello che chiamano “socially responsible gaming“. Niente giochini scontati, niente di violento, niente di mainstream. Lo scopo qui è dare ai giocatori qualcosa che risvegli la loro coscienza civica e sociale. Il loro prodotto più famoso, il programma di cui parliamo oggi, è stato pluri-premiato proprio per questo motivo: impegna le persone da un punto di vista morale.

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Ovviamente l’ho scaricato e provato visto che è disponibile la demo gratuita che vi consente di scoprirne le funzionalità. Se poi vi piace basterà investire meno di 20 dollari per avere la versione completa, che per altro ritengo sarebbe molto utile nelle scuole (fateci un pensierino, cari insegnanti). In PeaceMaker potete impersonare il primo ministro israeliano oppure il presidente palestinese, ma lo scopo è lo stesso: portare equilibrio tra le due nazioni con una soluzione valida per entrambi, cercando di ottenere l’approvazione del proprio popolo, ma anche l’appoggio internazionale. Se pensate di poter riuscire nell’impresa con facilità, vi sfido a provarlo. Non è semplice come sembra e ad un certo punto comincerete ad essere particolarmente coinvolti emotivamente, quindi fallire vi sembrerà atroce. A disposizione avrete tutta una serie di azioni che vanno dall’incremento della sicurezza militare fino a discorsi alla comunità internazionale, con tanto di consigli che vi verranno dati dai rappresentati di altri Stati oppure dai vostri concittadini.

PeaceMaker è realizzato per essere realistico e storicamente accurato, con tanto di informazioni relative ad ogni singolo centro urbano rilevante nel conflitto, quindi non fate niente di avventato per dimostrare la vostra superiorità oppure vi troverete un Game Over gigante di fronte che vi marcherà a fuoco come “leader incapaci”.

La ricerca che sfrutta il gioco si è focalizzata sulla sua capacità di persuadere le persone. Non sto parlando di plasmare le menti e convincere le folle che una o l’altra fazione sia meglio della rimanente, ma di aiutare a vedere le cose con obiettività. In particolare è stato dimostrato che giocare sia come primo ministro che come presidente aiuta a farsi un’idea molto più accurata di quello che è in gioco, permettendo una visione molto più informata dei fatti e più bilanciata. Quindi, in sostanza, i videogames possono davvero fare qualcosa per migliorare il mondo, o per lo meno la nostra visione di esso.

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Naturalmente non è tutto così semplice. Ci sono molti altri fattori in campo da considerare, ad esempio l’appartenere ad una religione tra quelle coinvolte nello scontro attutisce l’effetto di PeaceMaker, anche se un po’ di pratica con il software aiuta a ridurre l’influenza delle credenze religiose sulla visione della situazione. Anche la personalità ha un ruolo importante; uno stile manageriale improntato al pensiero più che al sentimento e all’emozione rende i giocatori più portati a risolvere il conflitto grazie ad un innato senso di equità che contrasta il coinvolgimento emotivo.

Clive Thompson nel 2006 scrisse un articolo sul New York Times chiamato “Saving the World, One Video Game at a Time” dopo aver passato del tempo di fronte a quella piccola perla che è il gioco di Impact Games. Ecco, forse era un po’ esagerato, ma in un mondo dove la gente legge sempre meno e il giornalismo a volte diventa un po’ troppo di parte, una buona soluzione per portare qualche cambiamento potrebbe essere lo sfruttamento consapevole dei nuovi mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione. Le giovani generazioni potrebbero seriamente trarre beneficio da questo genere di videogiochi perché funzionano, proprio come PeaceMaker.

Prendetevi del tempo libero, investite 20 dollari in questo software e poi ditemi se dentro di voi non è cambiato niente, se non avete cominciato a leggere nel notizie su israeliani e palestinesi in modo diverso, se non avete anche solo un po’ più di consapevolezza rispetto a ciò che succede e a quanto sia difficile bilanciare due mondi diversi. Forse cambiare il mondo è un po’ esagerato, forse è ancora presto e sicuramente l’invasione degli FPS non aiuta in questo senso, ma un po’ alla volta, con le giuste linee guida e un po’ più di responsabilità, qualche scintilla riuscirà ad infiammare il senso civico e sociale di tutti noi.