Ve l’abbiamo chiesto, avete votato e alla fine ha vinto Silent Hill, quindi, nonostante lo scarso appeal che il genere horror esercita su di me, mi sono sacrificata per parlarvi un po’ di questo film tratto dall’omonima serie di videogiochi, una delle più famose nel suo genere, una di quelle che, se non fosse per voi, avrei volentieri rimosso.

A parte i miei gusti personali, devo ammettere che il lungometraggio è una delle migliori trasposizioni cinematografiche fatte da un videogioco, anche se  l’impresa non era particolarmente complessa considerando i predecessori. In ogni caso la pellicola del 2006, diretta da Chrisophe Gans, è riuscita a farsi apprezzare sia dagli amanti del genere che dai fan del gioco, attingendo dai due capitoli della saga elementi portanti come l’ambientazione, la colonna sonora e ovviamente gli immancabili mostri. Diversa è però la trama.

Quella del videogioco probabilmente ve la ricorderete tutti: il protagonista è Harry Manson che viene convinto dalla figlia Cheryl a visitare la città di Silent Hill, ma una volta arrivati una fitta nebbia li porta ad avere un incidente in seguito al quale la figlia risulterà scomparsa. Il nostro compito è sostanzialmente quello di aiutare Harry a ritrovarla affrontando mostri di ogni tipo.

Nel film la storia è stata modificata, raccontando le vicende di Rose e della figlia Sharon (adottata proprio come Cheryl), gravemente malata e dal passato piuttosto oscuro. La madre decide di optare per un guaritore, contro il volere del marito, portando la ragazzina a Silent Hill, cittadina al centro degli incubi di Sharon, sperando che questo serva ad aiutarla.

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A parte le differenze nella trama, piuttosto inspiegabili considerando che una trasposizione pari pari era assolutamente possibile e che i fan delle serie avrebbero apprezzato un Harry Manson in carne ed ossa, il lungometraggio riprende alcuni aspetti del gioco senza stravolgerli troppo come il fatto che esistano tre differenti dimensioni di Silent Hill (quali non ve lo dico perché è spoiler) o come l’ambientazione, che prevede una città ferma agli ’60/’70 con una ricostruzione accurata degli edifici e delle strade. Non manca nemmeno la scena dell’incidente iniziale, solo che qui a sparire è ovviamente Sharon. Naturalmente gli sceneggiatori hanno pensato bene di attingere anche dal secondo videogioco delle serie, da cui sono tratte parecchie creature, con tanto di finale della pellicola che allude a quella di Silent Hill 2.

Insomma, la fedeltà all’originale qui non manca e i riferimenti ai due videogiochi sono ben curati ed integrati, senza sfociare mai nel banale e nello scontato, così da essere apprezzabili tanto da chi Silent Hill l’ha giocato fino alla morte quanto da chi, invece, non sa nemmeno che un videogame omonimo è alla base del lungometraggio. Il film è angosciante, visionario e, a modo suo, affascinante, così non rimanerne catturati, anche se lo guardate con un cuscino davanti, sembra quasi impossibile, al di là ovviamente delle critiche che qualcuno gli ha mosso. Sì, critiche, perché ovviamente non mancano difetti. Il più grosso, a mio avviso, è proprio il finale. Non temete, non ve lo racconto, anche perché se a me è toccato vedere il film mi pare ovvio che dovrete farlo anche voi; semplicemente la trama alternativa ideata dagli sceneggiatori, che si dipana in modo interessante nell’arco dei 127 minuti di durata della pellicola, risulta rovinata da un monologo finale costretto a spiegare la maggior parte degli avvenimenti quando invece sarebbe stato meglio distribuire hint nel corso della storia.

Quello che rende apprezzabile la versione cinematografica di Silent Hill è la fedeltà con cui, come dicevo prima, è stata ricostruita l’atmosfera. Qualcuno parla di “omaggio” più che di “trasposizione” per via delle differenze, ma diciamocelo: se fosse stato identico non ci sarebbe stato niente di particolarmente interessante da vedere conoscendo già ogni singola svolta della trama, no?