Se ne parla spesso e volentieri perché, ad essere onesti, è l’unica arma rimasta agli ostracisti per dimostrare che hanno ragione, che i videogames fanno male. Eppure, al momento della stesura del DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, l’APA (Associazione degli Psichiatri Americani) ha deciso che sì, doveva essere inclusa la dipendenza da gioco d’azzardo, ma no, non quella da videogiochi. Il motivo? Semplicemente non esiste.

Quando si tratta di dare colpe ai videogames queste due forme di addiction vengono costantemente associate, anche se il motivo mi sfugge perché le differenze sono parecchie e mi paiono palesi. Su tutte sono due quelle a saltare subito all’occhio: abilità e conseguenze. Ok, così non si capisce. Lasciate che vi spieghi meglio con qualche esempio. Supponiamo che voi siate appassionati (non dipendenti) di slot machine. Non importa quanto spesso giochiate o in che modo, vincere o perdere si basa essenzialmente sul caso. A fronte di quei pochi eletti che riescono a trovare un modo per barare giocando d’azzardo, ci sono centinaia di persone che non sanno farlo e che si basano sul presupposto che prima o poi la fortuna girerà e recupereranno la perdita e quindi giocano ancora e ancora e ancora.

Poi scattano le conseguenze: si gioca e si scommette, si perde, si dilapida un capitale, si chiede un prestito e si getta via anche quello. Ed eccoci qui, nel tunnel della dipendenza dove non si vede altra uscita se non quella di continuare a giocare per pagare i debiti con la continua e non motivata speranza che un giorno, non troppo lontano, i loro sforzi verranno ricompensati. La trappola mortale è proprio questa: prima o poi la casualità li porterà a vincere alimentando vane speranze.

Questa è dipendenza. Questo è il gioco d’azzardo.

Studi scientifici sulla dipendenza da videogiochi, ossessione da videogiochi

Un videogioco è completamente diverso. Prendiamo uno a caso, prendiamo l’appena uscito Tomb Raider. Non esiste il fattore C. Non vai avanti perché la fortuna gira, vai avanti perché dedichi ore di tempo a qualcosa che ti piace e questo ti permette di diventare bravo, di sviluppare delle abilità che sul momento ti serviranno per procedere con l’avventura di Lara, ma in futuro ti torneranno utili per altre mille cose diverse.  Supponiamo che ad un certo punto vi blocchiate perché un puzzle è un po’ complesso e avete bisogno di andare per tentativi ed errori, di pensarci un po’, di insistere finché non diventa chiaro il meccanismo di risoluzione. Potete morire, più e più volte, ma questo non ha conseguenze nella vita vera. Non perdete soldi e, andando avanti, non ne vincete. La vostra passione non porta al tracollo finanziario di una famiglia perché, appunto, è una passione, un hobby, non una dipendenza. E oggi per me, e per voi probabilmente che leggete, è fonte di divertimento come una qualsiasi altra attività, come darsi al paintball o sciare o addirittura scrivere.

Eppure ci sono studi che dimostrano altro“.

Vero, verissimo. Alcuni ricercatori hanno pensato bene di paragonare l’attivazione cerebrale durante il gioco d’azzardo a quella visibile durante le sessioni davanti a console e PC. Inutile mentire: si attivano i medesimi centri del piacere. La parola chiave però è “piacere”. Gli stessi centri si attivano più o meno per qualsiasi cosa vi piaccia e vi renda felici: un regalo di compleanno, un bacio, un complimento, un commento favorevole ad un articolo che avete scritto, un cucchiaio di Nutella. Insomma, tutto fa illuminare a giorno il vostro encefalo durante un risonanza magnetica funzionale. Se dovessimo considerare nocivo tutto ciò che attiva i centri del piacere del nostro cervello, probabilmente finiremmo con il non fare più niente di divertente!

Ecco perché l’APA non ha messo la dipendenza da videogames nel nuovo DSM: perché le prove non sussistono.

Studi scientifici sulla dipendenza da videogiochi, ossessione da videogiochi

La cronaca ci racconta però un mondo diverso, uno in cui alcuni gamer sono capaci di giocare 50 ore di fila senza mangiare e dormire per poi morire. Non è fantascienza, succede. Ma siamo 7 miliardi di persone su questo pianeta. Per ogni gamer morente c’è un altro essere umano che sta lasciando questo mondo per altri motivi. Il caso non fa la statistica e di sicuro non fa la prova. Posso essere una gamer depressa, ma posso essere anche una giocatrice di scacchi depressa, un’atleta depressa, una disoccupata depressa. “Gamer” non nasconde in sé la causa. La causa è sempre un’altra e il videogioco può essere tanto il sintomo quanto la soluzione.

Può succedere, ad esempio, che un bambino vittima di bullismo giochi perché è il suo modo di sentirsi libero in un mondo che lo minaccia, può succedere anche che dopo una rottura con il fidanzato ci si dia al gaming perché ci permette di non deprimerci, può essere persino che in un mondo che non da soddisfazioni, in una vita che manca di qualcosa di non definito, giocare sia un buon modo per sopperire all’assenza di libertà e relazioni sociali. Non sto dicendo che quest’ultima cosa sia sana, sto dicendo che non è colpa dei videogames, ma i videogames sono la soluzione immediata che evita il collasso in certi individui. Praticamente viene stigmatizzato qualcosa che, in fin dei conti, fa bene e viene fatto a tal punto da far sentire “malati” i player più appassionati. Questo è l’unico vero dramma del gaming. Che venga presa per dipendenza una passione, che un individuo venga etichettato perché preferisce una console allo skateboard. E no, non è pigrizia perché giocare richiede impegno, capacità di avere obiettivi, di persistere di fronte alle difficoltà, di cooperare. Che si tratti di un bambino o di un adulto è cosa quanto meno indifferente, anche perché, in un’era dove lasciare i figli fuori a giocare ed esplorare il mondo risulta pericoloso e sconsiderato, l’unico modo che gli rimane per conoscere cosa c’è fuori o ci potrebbe essere, l’unico modo per sentirsi libero da costrizioni è prendere un mano un controller e partire all’avventura, perché lì, nel virtuale, può.