L’aspetto peggiore dei numerosi pregiudizi che ruotano intorno al mondo videoludico è sicuramente la scarsa considerazione che i videogiochi hanno quando si tratta di intervenire su malattie e disturbi reali, nonostante sia ormai comprovata l’utilità di questi mezzi estremamente moderni nella cura e risoluzione di problemi concreti. Fortunatamente però in alcuni campi il gaming comincia a farsi strada presentandosi come valida alternativa a metodi un po’ più datati. Un esempio? Il trattamento dei disturbi dell’apprendimento.

Sarò onesta: ho fatto una lunga ed estenuanante ricerca per riuscire a trovare prove concreta dell’utilizzo di videogiochi relativamente alle ormai famose learning disabilities e il risultato è stato un po’ deludente. Ci sono tentativi, dissertazioni teoriche, documenti vaghi, ma veri e propri titoli pensati con questo scopo ancora non sono emersi. Tranne uno. Un salvagente in mezzo al mare, o forse un faro che mi auguro illumini la strada per lo sviluppo di videogames un po’ più articolati e variegati.

Si chiama Graphogame ed è nato per poter trattare la dislessia nei bambini all’interno di un progetto europeo (“Training grapheme-phoneme correlations with a child-friendly computer game in preschool children with familiar risk of dyslexia”). Da una prima basica versione, il software si è evoluto per contenere diversi “giochini” pensati per aiutare i piccoli pazienti a migliorare le loro skill nella lettura. La grafica piacevole e la semplicità degli esericizi proposti lo hanno reso piuttosto popolare e utilizzato, anche perchè i risultati ci sono e sono innegabili.  Ma non è tutto oro quello che luccica. Il difetto c’è e si vede: la localizzazione. Sono presenti diverse lingue, ma non abbastanza da renderlo uno strumento diffuso; da noi ad esempio non prenderà piede perché manca la lingua italiana e chiaramente è impossibile utilizzarlo in un idioma diverso quando si sta tendendo di insegnare a leggere a chi già fa fatica.

Eppure le potenzialità ci sono e sono intrinseche nel mezzo. Sostanzialmente sono 4 i fattori che rendono i videogiochi un ottimo trattamento per i disturbi dell’apprendimento, a prescindere dal fatto che si tratti di dislessia, disgrafia o discalculia:

  1. Interesse. I metodi utilizzati normalmente tendono ad essere noiosi e ripetitivi, mentre un gioco è coinvolgente, variegato e capace di catturare l’attenzione di un bambino per un tempo adeguato.
  2. Personalizzazione. No, non nel senso che dovremmo sviluppare un gioco per ogni soggetto affetto da una learning disability, ma un normale titolo permette di gestire la difficoltà e dà al bambino la possibilità di ripetere l’esercizio con i suoi ritmi finché non si sente sicuro.
  3. Feedback. Un videogioco permette al bambino di avere un feedback sulla sua prestazione e magari di ricevere una ricompensa che lo stimoli a migliorare e a riprovare.
  4. Autostima. È uno di quei fattori che tendiamo a dimenticarci, eppure svolge un ruolo a dir poco centrale. Un videogame permette di confrontarsi con se stessi e il proprio problema lontano da occhi indiscreti, senza la pressione sociale e l’aspettativa di un tutor o insegnante, quindi il bambino si sente più libero di provare e sbagliare. Considerando la posizione di svantaggio in cui il paziente si sente anche solo per essere portatore di un disturbo simile, metterlo in condizione di sperimentare senza essere giudicato è una delle cose migliori che possiamo fare.

 

Non fraintendetemi, non sto dicendo che dovremmo lasciare i soggetti davanti ad uno schermo a curarsi da soli. Un bravo insegnante rimane unico nel suo genere e nel suo ruolo così come un buon genitore è tenuto a seguire e ad aiutare il bambino nella sua lotta alla dislessia/disgrafia/discalculia, ma potrebbero tutto sommato ricevere un buon aiuto da un mezzo che troppo spesso viene considerato solo qualcosa che distrae e allontana dalla vita reale.

Non sarebbe invece ora di usare tutti questi vantaggi invece di rimanere ancorati ad uno stereotipo che mal si adatta alla realtà dei fatti?