Nei meandri della vostra amata Dashboard, sotto la voce Giochi, esiste una piccola sezione chiamata Arcade. Ecco, quella parte del Marketplace è una fucina di titoli indipendenti più o meno interessanti e, talvolta, di piccole perle capaci di conquistare i cuori dei gamer, quasi al livello di quei capolavori che sfodera ogni tanto il Playstation Network (che ha ancora qualcosina da insegnare a Microsoft).

In mezzo a tutti i videogiochi Xbox Live Arcade (XBLA per gli amici), ne ho trovati alcuni che mi hanno appassionato e tra questi ne ho selezionati 5 che mi hanno letteralmente conquistata, anche se la scelta è stata quanto mai ardua e lasciarne indietro qualcuno mi è costato più fatica che mai.

Dust: An Elysian Tail

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Dust è uno di quei titoli che vi colpiscono fin dal primo nano-secondo. La prima cosa che penserete è “Wow“, wow perché la grafica è qualcosa di magnifico e l’impressione è che da un momento all’altro tutto possa prendere vita per trasformarsi in uno splendido capolavoro d’animazione, uno di quelli che potrebbe far impallidire la Disney. Dust è bello, una meraviglia per gli occhi che riesce a stupire ulteriormente iniziando a giocare. La storia scorre fluida, il gameplay è semplice ma appagante, la colonna sonora perfetta nel suo essere funzionale, il mix tra la base da hack ‘n’ slash e gli elementi RPG magistrale. Insomma, più che un gioco XBLA pare un titolo tripla A per qualità.

Immaginate la mia reazione quando ho scoperto che questo videogame è opera di una persona sola, il designer Dean Dodrill, vincitore del concorso Dream.Build.Play organizzato da Microsoft nel 2009.

Chi l’ha detto che bisogna avere fondi milionari e un team enorme per impressionare il giocatore?

Limbo

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È in bianco e nero, racconta una storia quasi classica e ha un gameplay piuttosto semplice, ma non fatevi ingannare dalle apparenze perché il primo titolo uscito dagli studi dello sviluppatore danese Playdead è tutt’altro che banale.

A stupire prima di tutto è l’atmosfera. Prendete un bambino alla ricerca della sorella, mettetelo in mezzo ai pericoli più disparati, in mezzo ad un ambientazione inquietante e aggiungetegli una comparto sonoro essenziale ma spesso realistico: avete un horror. Un horror con un piccolo protagonista che morirà più volte di quante riusciate ad immaginare perché la formula base del titolo è quella del “trial and death“. Prova e muori. Il bambino infatti morirà più volte e in modi spesso e volentieri orribili, ma fa tutto parte del gioco e dopo i primi momenti di sconcerto vivrete la dipartita del vostro personaggio come un mezzo, un mezzo per capire come proseguire e per risolvere gli enigmi, via via sempre più complicati.

Limbo non è un gioco facile, non lo è nemmeno da un punto di vista emotivo, quindi armatevi di pazienza e godetevi l’esperienza.

Bastion

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Se esistesse il premio per il videogioco più colorato del decennio, sicuramente Bastion sarebbe uno dei candidati. Graficamente parlando siamo infatti di fronte ad una piccola opera d’arte, un mondo vivace e variopinto che colpisce subito l’occhio e finisce inevitabilmente per conquistare. Lo adorerete e adorerete il giovane “the Kid“, il protagonista di questo titolo realizzato da Supergiant Games, che sicuramente non potevano debuttare meglio di così.

La storia non è particolarmente complessa: in definitiva siamo chiamati a tentare di ricostruire una città, quella di Caelondia, dopo che la Calamità l’ha devastata. Guidati dall’unico altro sopravvissuto, Rucks, la voce narrante, il nostro Kid si recherà al Bastion per capire cosa fare. A sorprendere in questo videogame però non è la trama quanto la scelta che vi attende sul finale e di cui scoprirete l’efficacia solo una volta ricominciato il titolo nella modalità New Game+.

Ricapitolando: una base piuttosto semplice, una realizzazione tecnica esemplare, un protagonista tanto anonimo quanto muto e…? E la voce narrante. Non sottovalutatela perché non solo è parte integrante del gioco ma vi accompagnerà ovunque e trasformerà quel mondo colorato in una fiaba raccontata ad un bambino. Ne rimarrete affascinati.

FEZ

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Ricordatevelo: inserire la terza dimensione in un mondo che di solito ne prevede due è sbagliato. E nel caso abbiate dubbi a riguardo potete provare a giocare a FEZ.

Sì, Fez come il famoso copricapo, lo stesso che viene donato al candido protagonista di questo titolo, Gomez. Il cappello è l’omaggio di uno strano artefatto, l’Hexahedron, e dà al piccolo personaggio la capacità di percepire il suo mondo in 3D. Purtroppo, come vi dicevo prima, non potete trasformare un quadrato in un cubo senza alterare qualcosa e qui la conseguenza è l’esplosione dell’Hexahedron che a sua volta rischia di distruggere il mondo di Gomez. Il nostro prode protagonista è quindi chiamato a raccogliere i 32 pezzi dell’artefatto sparsi per il mondo per poter riportare le cose esattamente come all’inizio.

Perché FEZ colpisca è quindi subito evidente: è un mondo in 3D che appare però piatto e ci obbliga a ruotare i diversi piani per scoprire tutto ciò che il titolo ha da offrire. Ma non è solo questo a renderlo quasi un capolavoro. Il titolo della Polytron Corporation è colorato, è stimolante, è tecnicamente curatissimo e accompagna il giocatore nell’esplorazione grazie ad una colonna sonora più che adatta.

Consigliato? Assolutamente, ma a patto che abbiate una certa pazienza perché ogni tanto pecca un po’ in chiarezza delle mappe, cosa che mi ha fatto venire il mal di testa più di una volta.

Braid

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C’è una Principessa. E c’è Tim. No, non è un gran nome per un aspirante principe ma non è proprio questo che il protagonista vuole diventare perché in fondo questa non è una classica storia con l’eroe che salva la sua bella. Dietro al tradizionale tentativo di salvataggio infatti si nasconde la poesia di un racconto che per la prima volta non punta tutto sul passare di livello in livello facendo una strage, ma tenta, con estremo successo, di far riflettere il giocatore.

Se tra Mario e Peach è tutto rose e fiori, rapimenti a parte, tra Tim e la Principessa qualcosa non va. Non va perché il protagonista ha fatto un errore e gli errori si pagano, ha mentito e ha rovinato un rapporto. Braid è questo. Braid è la realtà che si insinua nella fantasia, è un classico da videogames che subisce un’iniezione di vita vissuta.

Braid però è anche un gioco, uno splendido platform che alle comuni caratteristiche del genere aggiunge la possibilità di manipolare il tempo, un po’ come in Prince of Persia. Il risultato è un titolo piacevole con un giusto livello di sfida che permette di gustarsi le parti più leggere della storia creata dallo sviluppatore indipendente Jonathan Blow, che dopo il successo avuto su Xbox ha visto il suo piccolo capolavoro comparire anche su Windows, Mac e PSN.

E voi di quali titoli XBLA vi siete innamorati?