Il vero problema del gaming è l’approccio. Non il nostro, non quello dei gamers, ma in primis della comunità scientifica. Negli ultimi 10 anni lo studio di quest’area dell’intrattenimento è stato portato avanti con alcune certezze di base: i videogames fanno male, creano dipendenza, rovinano la vista, isolano l’individuo, incitano alla violenza… etc, etc. Un intero decennio di ricerca ha avuto come riferimento i lati negativi dei videogiochi, senza risparmiare nessuno. Nemmeno l’autismo.

Autismo e videogiochi. Un binomio a cui non siamo abituati ma che in realtà è comune, quasi scontato.

Provate a fermarvi un attimo e a riflettere. Un bambino autistico è, di base, un individuo con scarse capacità relazionali e difficilmente in grado di integrarsi, in sostanza è un bambino solo. Cosa fareste voi se non aveste nessun amico e foste spesso e volentieri in casa vostra? Giochereste. È proprio questo che succede nella realtà e a dimostrarlo ci pensano i numeri. Secondo uno studio realizzato dal Dottor Mazurek, ricercatore del Thompson Center, 2.4 sono le ore che in media un giovane affetto dall’ex Sindrome di Kanner dedica all’intrattenimento videoludico, a fronte delle 1.2 che spende un bambino normale.

Inutile dirvi che questo ha scatenato tutta una serie di studi riguardanti la possibilità che un autistico sviluppi una dipendenza da videogames, forti del fatto che molte ricerche avevano già dimostrato una connessione tra questo tipo di addiction e i sintomi di impulsività e disattenzione presenti in altri disturbi, come ad esempio l’ADHD (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività). A fornire un ulteriore appoggio a questa ipotesi ci ha pensato poi il genere di titoli a cui i bambini autistici si appassionano maggiormente: i giochi di ruolo. Il passo da qui al dramma del “Oddio, non fate giocare gli autistici” è stato breve. Frotte di genitori sono stati messi in guardia dalla possibile dipendenza, sentendosi praticamente dire: “Toglietegli i videogiochi, o almeno fateli giocare agli shooter – come tutti gli altri bambini – invece che ai GDR“. Una follia.

Non fraintendetemi. Non sto sostenendo che i videogames facciano solo bene agli autistici perché, ahimé, è innegabile che un uso prolungato degli RPG aumenti i comportamenti oppositivi  (ostili e provocatori) e tenda a creare un minimo di dipendenza, ma come al solito ci si è focalizzati su un solo lato della medaglia.

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In realtà il gaming e le nuove console aprono un intero nuovo mondo di possibilità agendo su due componenti fondamentali: il contatto visivo e la relazione.

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Tornate di nuovo nei panni di un individuo autistico. Non mantenete il contatto visivo, di solito non lo cercate nemmeno, ma in compenso tutto ciò che è digitale e visivamente affascinante vi attrae, abbastanza da far temere per la vostra dipendenza. Insomma, uno schermo lo fissate e anche piuttosto volentieri. Ecco la prima opportunità. Un software sviluppato ad hoc potrebbe sfruttare i sensori delle nuove periferiche, come Kinect, per creare un gioco in cui l’obiettivo è il contatto visivo, un gioco che ovviamente sia semplice ma stimolante, con le giuste ricompense e un giusto grado di difficoltà, così i bambini non si annoiano e nel frattempo imparano a fare una cosa che normalmente aborrano.

Ovviamente un videogame di questo tipo va studiato nel minimo dettaglio. I premi non bastano; servono istruzioni precise, una struttura visiva che abbia il giusto appeal senza distrarre e, soprattutto, la possibilità di generalizzare, punto debole persino delle terapie comportamentali più avanzate quando si tratta di soggetti autistici.

Ma i videogiochi offrono anche un’ulteriore opportunità: quella di aggiungere il contatto umano. I bambini autistici preferiscono le cose fredde e inanimate, preferiscono lo schermo, ma questo non significa che non cerchino di avere dei rapporti con altri individui. A lungo termine infatti è stato dimostrato che ad essere fonte di sofferenza è l’assenza di relazioni, di contatto con altri ragazzi, soprattutto in età adolescenziale e all’inizio dell’età adulta. Il problema però è, come vi dicevo prima, mancano le social skills e soprattutto un terreno fertile su cui costruirle. Ecco dove intervengono nuovamente i videogames.

Non c’è una classe in cui integrarsi perché l’individuo frequenta lezioni speciali, non c’è una squadra di calcio da frequentare, non ci sono particolari occasioni in cui il giovane autistico riesca a creare una connessione, soprattutto perché in mezzo alla folla diventa tutto più difficile. Eppure c’è qualcosa in cui il bambino eccelle: i videogames. Nel 2014 questo è un motivo sufficiente per comunicare con qualcun’altro.

Naturalmente non vi sto dicendo “Prendetelo e lasciatelo 4 ore in sala giochi“. Si tratta però di imparare ad invitare un amico a casa perché si diverta con il soggetto autistico facendo quello che ai bambini odierni riesce meglio, compresi quelli affetti dall’ex sindrome di Skanner.

Non aspettatevi grandi cambiamenti e soprattutto non pensate che questa introduzione del digitale nelle vite degli individui autistici possa sostituire un buon terapeuta, ma è un tool, uno strumento in più, una possibile routine aggiuntiva e controllata che potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche capacità relazione e d’integrazione senza doversi perdere in lunghe sessioni in laboratorio. Insomma, un metodo moderno, potenzialmente funzionante e sviluppato all’interno del mondo reale invece che in una stanza asettica in mezzo a dei dottori.