Scegliete un giorno come tanti, selezionate un mezzo pubblico, salite, prendete posto e guardatevi attorno. Il 70% delle persone vicino a voi hanno in mano uno smartphone: c’è chi telefona, chi invia messaggi, chi legge, ma soprattutto c’è chi sta giocando. Sta giocando perché questo è il miracolo del mobile gaming, quello che ha permesso a milioni di esseri umani di scoprire il lato videoludico della vita, quello che non impegna, quello che distrae, quello che appassiona.

Che sia stato Angry Birds, Ruzzle, Plants vs Zombies o il Sudoku digitale poco importa. All’alba dell’era degli smartphone il mobile gaming ha svolto un servizio unico: ha reso la cultura videoludica abbordabile. E così, nel corso degli anni, i titoli si sono moltiplicati a dismisura dando vita a veri e propri fenomeni virali, più o meno passeggeri, fenomeni che sì, hanno trascinato milioni di persone sulla retta vita per poi abbandonarli, a metà, perché, ad un certo punto, il settore ha smesso di crescere e di conseguenza l’hanno fatto i giocatori nati su queste piattaforme.

Mi spiego meglio.

Mettetevi dei panni di uno di loro. Non avete mai giocato quasi a niente, tranne qualche partita in sala giochi in gioventù. Poi scoprite, ad esempio, Angry Birds: gameplay semplice, difficoltà stimolante, grafica curata, aggiornamenti continui e nuovi titoli abbastanza frequenti. Vi piace, vi divertite, poi comincia ad annoiarvi.

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Succede, è successo a tutti, più o meno con ogni gioco virale che ha attraversato gli Store dei due più importanti sistemi operativi per smartphone e tablet presenti sul mercato. Tutti questi giochi dopo un po’ perdono appeal perché sono ripetitivi, non sembrano avere una vera e propria fine, non hanno quella spinta che offre un titolo con un vero finale e una vera storia. Di sapere come va a finire Angry Birds insomma non interessa a nessuno.

Ed è qui, in questo vuoto lasciato dall’insoddisfazione perenne che portano questi videogiochi che c’è spazio per evolversi, per mostrare ai neo giocatori che il gaming, quello vero, può essere altrettanto divertente regalando anche qualcosa in più. Eppure è una strada che sembra difficile da seguire, una strada poco battuta perché si passa dal super casual gamer a quello hardcore in un batter d’occhio, senza per altro avere un’adeguata cura di quello che è il mezzo su cui si andrà a giocare.

Facciamo un esempio. Alla voce “Giochi” del Play Store nelle ultime settimane potevamo imbatterci in QuizDuello, Flappy Bird, Modern Combat 4 e GTA San Andreas. 4 giochi, 4 approcci diversi. Si passa dal tentativo di riportare su mobile il successo che gli FPS hanno avuto su console (interessante ma per appassionati del genere) ad una blanda e follemente difficile imitazione di Super Mario passando per un tutto sommato interessante scontro basato sulla cultura e per un tentativo di trascinare i nostalgici dei vecchi GTA sugli smartphone (con il solito problema dei controlli). In mezzo a tutto questo non c’è niente che convinca un neo-gamer ad evolversi ed esplorare nuovi territori.

Ecco qual è a mio avviso il problema di questo settore. È fermo. È fermo a copie e remake, è incollato ad una distinzione netta tra giochini banali e titoli impegnativi, che hanno poca cura per le capacità dei non veterani del gaming e che puntano al fenomeno “nostalgia” che può, inevitabilmente, catturare solo chi quei videogiochi li ha già giocati. Una divisione troppo netta e che non permette di fare da vero ponte tra lo smartphone e la console o il PC.

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La domanda sorge spontanea: quale titolo può traghettare dall’altra parte i casual gamer nati su mobile? Vi farò 4 esempi, 4 piccoli grandi successi che dovrebbero tenere a mente gli sviluppatori del futuro: Rayman Jungle Run, Yesterday, Lone Wolf e Sonic & SEGA All Star Racing.

Non è una scelta casuale perché hanno tutti 4 elementi in comune: non sono esageratamente difficili, sono adatti alla piattaforma per cui sono nati, sono divertenti e stimolanti e soprattutto aprono una finestra su ciò che che il gaming casalingo può offrire.

Ecco la strada.

Non sto ovviamente dicendo che tutti gli altri titoli dovrebbero morire, perché ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di titoli semplici per cominciare ad avvicinarsi al mondo videoludico così come gli hardcore gamer vorranno qualcosa di più stimolante con cui cimentarsi, ma manca l’anello di congiunzione tra questi due mondi, quello che permette di passare dall’altra parte senza traumi, quello che prepara ad un mondo forse un po’ più complesso ma decisamente più vario, quello che, in fin dei conti, mostra i due obiettivi principali di questa industria: divertire e raccontare.