Si chiamano exergames e sostanzialmente combinano il riconoscimento del movimento in tempo reale con la possibilità di giocare a qualcosa di altamente motivante, qualcosa capace di farci alzare dal nostro comodo divano per fare un po’ di esercizio. Il giusto mix tra video games ed attività fisica che ha permesso a molte persone di avvicinarsi al mondo delle console, ma soprattutto un nuovo universo da esplorare quando si tratta di riabilitazione.

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Lesioni cerebrali, ictus, obesità, disturbi del movimento: gli exergames sono stati studiati ed utilizzati con successo per aiutare le persone a superare le patologie più disparate, ma anche a migliorare le prestazioni motorie e cognitive in soggetti sani, sia adulti che anziani. Ovviamente i risultati ottenuti hanno spinto gli studiosi di tutto il mondo ad esplorare nuovi campi, nuovi disturbi che potessero beneficiare di questo trattamento anche là dove sembra più difficile ottenere un riscontro positivo. Un esempio? Il morbo di Parkinson.

Naturalmente non aspettatevi che tutto ciò si traduca in guarigioni miracolose perché il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa che affligge anche la capacità cognitive e molte delle funzioni basilari dell’organismo. Tuttavia i sintomi più evidenti riguardano il movimento ed è qui che gli exergames sono stati chiamati a fare la loro parte.

Ad oggi la ricerca è ancora molto scarsa e, ancora peggio, tende ad essere fatta senza la dovuta cura e senza considerare i parametri fondamentali di questa possibile terapia, ma i pochi documenti disponibili hanno permesso a Barry, Galna e Rochester di stendere una panoramica piuttosto interessante e decisamente promettente.

Tre sono i criteri che sono stati valutati e che dovrebbero essere approfonditi in futuro: sicurezza, fattibilità ed efficacia.

Partiamo dal primo: la sicurezza. Sembra il più semplice di tutti, ma in realtà è il più importante. Mettetevi nei panni di un anziano affetto dal morbo di Parkinson. Ridotta mobilità, tremore, problemi di deambulazione, rigidità, lentezza. Fare esercizio pare un incubo, ma in un ambiente protetto, come un centro di riabilitazione o un ospedale, tutto risulta estremamente controllato e il paziente è costantemente supervisionato. L’ambiente di casa è potenzialmente diverso e la cosa si complica se consideriamo che la maggior parte degli exergames utili al miglioramento di queste persone rientrano per ora in quel pacchetto munito di balance board che è il Wii Fit Plus. Per chi ha mancanza di equilibrio e si basa principalmente sulla vista per avere indizi sul mondo che lo circonda, stare su una piattaforma simile è un rischio. Ci si dimentica che è leggermente rialzata rispetto al pavimento e in un attimo si cade. Il risultato sono possibili ferite e un orgoglio abbattuto dalla consapevolezza di non riuscire a fare neanche un gioco così semplice su una pedana tanto banale.

Fortunatamente la soluzione al problema potrebbe essere dietro l’angolo e si chiama Kinect. Nessuna piattaforma, nessun controllo, nessuna necessità di premere tasti complessi grazie al controllo vocale. I risultati ottenuti usando Kinect Sports e Kinect Adventures sono quindi tra i più promettenti, ma prima di cantare vittoria sarà necessario approfondire ulteriormente la questione sicurezza perché, chiaramente, un paio di ricerche risultano insufficienti per decidere se una terapia di questo tipo è davvero fattibile a casa.

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Lo so, state per obiettare: ma il Move con PlayStation Eye? Purtroppo sono stati bocciati sul campo per un motivo facilmente intuibile: il tremore. Tenere in mano un controller, per quanto semplice come il PS Move, può risultare complesso per coloro che hanno tremori piuttosto evidenti o un’eccessiva rigidità; ricordate poi che, oltre alle difficoltà oggettive e strettamente legate alla malattia, è fondamentale tenere in considerazione il fattore psicologico. “Non riesco neanche a muovere un bastoncino” non è un buon motivatore per una terapia contro il Parkinson.

Il secondo fattore è la fattibilità. Stiamo infatti parlando, nella maggior parte dei casi, di titoli commerciali, quelli che persino voi potete trovare negli scaffali: Wii Sports, Kinect Adventures, persino Dance Central, Zumba o Just Dance. La domanda quindi è: saranno adatti anche alla riabilitazione? Qui la risposta diventa un po’ più complessa. Da un lato è palese che possano essere utili, soprattutto perché sono stati usati con successo in più ricerche, dall’altro però è impossibile non notare quelle caratteristiche tipiche di questi videogiochi che poco si adattano alla cura del morbo di Parkinson. Feedback e difficoltà sono gli elementi che più dovrebbero essere considerati.

Mettetevi nuovamente nei panni di un allegro vecchietto alle prese con uno qualsiasi dei giochi sopra citati, consideratevi quindi incapaci di grandi movimenti, un po’ rigidi e senza grande equilibrio. Capite quindi che quello che per voi è un esercizio banale rischia di trasformarsi nella scalata all’Everest per chi non gode della stessa libertà di muoversi e dello stesso controllo del proprio corpo. L’ideale sarebbe quindi un titolo appositamente pensato per i malati di Parkinson con un livello molto basso, ma non per questo non stimolante, di difficoltà. Oltre ad essere semplice è poi fondamentale che il gioco dia un feedback, ossia che elogi le buone prestazioni e non dia giudizi negativi in caso di fallimento altrimenti potrebbero soffrirne tanto la motivazione quando la sicurezza.

Viene quindi da chiedersi se valga la pena fare questo sforzo, ossia creare videogames appositamente pensati per questo tipo di riabilitazione. La risposta è sì. I pazienti tendono infatti a divertirsi molto e ad essere molto partecipi, senza contare che i più anziani godono di un privilegiato punto di incontro con i nipoti visto che a quel punto condividono un interesse.

L’ultimo ostacolo da superare in quanto a fattibilità è la prescrizione. Stiamo parlando di videogames, media che dalla loro hanno il vantaggio di essere una terapia piuttosto low cost rispetto a quella classica, ma che purtroppo poco si sposano con la medicina tradizionale. Ve lo immaginate il dottore che vi prescrive 4 ore la settimana di Kinect Adventures o tot esercizi al giorno con Wii Fit? Un po’ troppo futuristico persino per la nostra era.

Insomma, ammesso che il metodo risulti sicuro, i dettagli tecnici rimarrebbero da definire e non pare facile.

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L’ultimo punto è, in definitiva, quello che più conta: ma questi exergames funzionano? Per nostra fortuna, a differenza della fattibilità e della sicurezza, l’efficacia è stata studiata, anche se con qualche mancanza di troppo. Posto che, purtroppo, a nessuno sembra essere venuto in mente che usare gli stessi test avrebbe reso la vita facile a tutti gli altri ricercatori, la maggior parte degli studi mostra miglioramenti dell’equilibrio e delle funzioni motorie oltre ad una riduzione della gravità dei sintomi. Questi risultati positivi paiono per altro mantenersi anche a lungo termine, senza contare che sono risultati essere più o meno simili a quelli ottenuti con la terapia tradizionale.

Insomma, i risultati sono promettenti, ma si potrebbe fare di meglio se gli sviluppatori prestassero attenzione a poche ed essenziali regole:

  • esercizi specifici per sintomi specifici
  • bassa difficoltà
  • utilizzo dei soli feedback positivi o neutri
  • istruzioni ed obiettivi chiari
  • introduzione graduale di compiti cognitivamente più impegnativi
  • predilezione per sistemi che non usino una pedana

 

6 semplici indicazioni che potrebbero cambiare per sempre la terapia per i malati di Parkinson. Non varrebbe la pena provare a sviluppare qualcosa seguendo questi punti?