Criticati, attaccati, demonizzati: i videogiochi negli anni sembrano diventati il bersaglio preferito dei genitori e dei media di tutto il mondo. I primi spesso pronti a scaricare la colpa piuttosto che assumersela, i secondi in prima fila quando si tratta di agitare gli animi e guadagnarsi un po’ di spazio sui giornali, i blog e le televisioni. Una caccia alle streghe che, fortunatamente, sembra destinata a scemare per far spazio a quell’equilibrio e a quell’obiettività di cui abbiamo bisogno. I videogames fanno male quando si esagera, quando c’è una predisposizione che viene accentuata dal genere scelto, quando non si viene educati all’uso corretto perché spesso il gap generazionale ha la meglio: si preferisce addittarli piuttosto che provare ad imparare ad utilizzarli e a capire cosa si nasconde dietro.

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Per fortuna l’alone di mistero che circonda il mondo videoludico sta cadendo grazie alle ormai numerose ricerche scientifiche e ai tentativi di ricondurre il gaming alle teorie psicologiche più quotate. Un esempio? Quello della Psicologia positiva.

Questa prospettiva teorica si basa sul modello PERMA creato da Martin Seligman. Niente di complicato, non temete, si tratta di 5 semplici fattori che contribuiscono al benessere (e alla sanità mentale) di tutti gli esseri umani. Emozioni positive, coinvolgimento, relazioni, significato e realizzazione sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene e, sorprendentemente, sono tutte cose che possiamo sperimentare grazie agli amanti videogames.

Increduli? Lasciate che vi spieghi.

Emozioni positive

Stiamo parlando di felicità, soddisfazione, gioia e tutte quelle emozioni che rientrano nella sfera dei sentimenti positivi. Insomma, una sensazione di benessere, stabilità emotiva e assenza di stress che, secondo alcuni studi, sembra raggiungibile grazie al moderato utilizzo dei videogames, una sensazione che aiuta a prevenire la depressione e che contribuisce persino all’equilibrio mentale dei più piccoli.

Ma non fatevi ingannare: più gaming non si traduce in più benessere. Stando ad una ricerca realizzata da Christian Jones alla University of the Sunshine Coast (Maroochydore, Australia) le emozioni positive risultano correlate ad un utilizzo moderato dei videogiochi, posto che giocare più di 10 ore alla settimana (classificate come “uso intensivo”) permette di raggiungere una soglia di benessere superiore rispetto a chi non ha mai giocato in vita sua. Insomma, i videogiochi sembrano fare bene all’umore, ma a patto che non esageriate.

L’effetto benefico però non si limita ad un generale e generico “Mi sento bene e non sono depresso“. Ad esempio Jones e colleghi hanno scoperto che il gaming è ottimo per combattere lo stress nei bambini. Una buona sessione con il controller in mano li aiuta ad elaborare i problemi a scuola, a casa e con gli amici per affrontarli con meno rabbia ed una maggiore serenità d’animo. Il presupposto però è sempre lo stesso: mai abusarne.

Coinvolgimento

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Se c’è una cosa in cui i videogiochi spesso sono maestri è l’immersività, la capacità di farci sentire parte del gioco facendoci perdere il senso del tempo e dello spazio. Un attimo prima hai avviato la partita e due ore dopo guardi l’orologio stupendoti che sia passato così tanto tempo visto che “Ho appena iniziato a giocare”.

Cosa c’è di positivo in tutto ciò? Due cose: uno stato di immersione che ci allontana temporaneamente dalla tensione della vita reale permettendoci, ancora una volta, di rilassarci e una sensazione di produttività.

Pensate ad una partita a World of Warcraft. Vi sedete, accendete il computer, avviate il titolo e poi passate l’ora successiva a compiere quest e a far salire di livello i vostri personaggi perché diventino più forti, più veloci e meglio equipaggiati. Raccontato così non sembra nulla di che, ma stando ad una ricerca del 2011 passare del tempo su WoW sembra rendere i giocatori più distesi, più felici e più soddisfatti della loro esistenza.

Anche questa volta però il fattore chiave è la moderazione. Farci coinvolgere da qualcosa che ci appassiona è sempre positivo, è stimolante e permette di focalizzarsi sul nostro obiettivo estraniandoci da tutto il resto, ma serve sempre un limite. C’è una differenza importante tra “immersione” e “dissociazione”: un conto è distrarsi dalla vita reale per staccare la spina, un altro è rimanere intrappolati in quella virtuale.

Relazioni

Se siete ancora convinti che “i rapporti umani sono validi solo se nascono nella realtà“, avete sbagliato secolo. Questa è l’era di internet, dell’ADSL, di Whatsapp e delle videoconferenze. La virtualità e la cosiddetta realtà ormai si compenetrano, ed è ora di farse una ragione.

Il fatto che nascano relazioni, di qualunque genere, all’interno di videogiochi come gli MMO non dovrebbe quindi più stupire, anzi, spesso e volentieri questi ambienti fungono da aiuto per chi è timido, molto riservato o semplicemente un po’ impacciato. Un modo per conoscere le persone partendo da una passione comune che spesso conduce ad incontri anche fuori da quel vibrante spazio sociale che sono i videogames online.

Ma ovviamente questa è solo una faccia della medaglia, l’altra è quella che vede gli amici, quelli di sempre, giocare insieme sfruttando Skype, il PSN, Xbox Live, TeamSpeak e tutto ciò che l’innovazione tecnologica ci ha regalato per permetterci di divertirci senza stare seduti sullo stesso divano.  Le esperienze positive che facciamo online con le persone che frequentiamo normalmente nella vita vengono infatti trasferite nel quotidiano, riducono le possibilità di sviluppare una qualche forma di dipendenza dal gioco e aumentano i benefici legati alla diminuzione dello stress. Senza contare che alcuni titoli, come ad esempio il semplice Words with Friends disponibile su smartphone e tablet, vi consentono di giocare in diversi momenti della giornata con familiari, amici e conoscenti scambiandovi qualche parola grazie alla chat integrata. Un buon modo per mantenere i contatti stando a distanza.

Insomma, il virtuale in questo caso riesce a dare alla realtà quella spinta di cui tutti noi abbiamo bisogno permettendoci di consolidare le relazioni, cosa che tende a renderci più felici.

Significato

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12.000 kill al minuto per un totale di 10 miliardi. Un numero impressionante che descrive le performance dei giocatori di tutto il mondo alle prese con il finale di Halo 3. Ci pensate? Milioni di giocatori hanno speso ore e ore con un titolo che ha come scopo principale quello di uccidere gli alieni e proteggere gli umani. Detto così suona quasi banale, suona soprattutto come una colossale perdita di tempo, ma in realtà è l’esempio migliore per raccontarvi il quarto fattore del PERMA, il significato.

Nella vita nessuno fa niente per niente. Abbiamo bisogno di uno scopo, di sapere che facciamo quello che facciamo perché c’è un obiettivo finale da raggiungere. I videogiochi sono specializzati in questo.

Ripensate ad Halo 3. Il significato di ciò che fate, ossia sparare per sopprimere i Covenant, è, per la comunità dei gamer, importante: in gioco c’è la salvezza dell’umanità. Più è grande il gruppo di riferimento, più importante è il significato di ciò che stiamo facendo. Essere connessi con milioni di giocatori in tutto il mondo ci permette di sentirci parte di qualcosa che va al di là del nostro essere seduti in una stanza da soli ad uccidere i cattivi.

Realizzazione

Non c’è significato senza il miraggio della realizzazione. Perché sì, diciamocelo, avere un obiettivo ci esalta, ci spinge a fare del nostro meglio, regala senso alle nostre vite sia dentro che fuori dai videogiochi, ci permette di connetterci con altre persone stringendo legami significativi, ma alla fine, occasionalmente, dobbiamo poterci riposare sapendo che almeno uno dei tanti traguardi che ci siamo prefissati è stato raggiunto e regalandoci almeno per un attimo quel senso di soddisfazione e realizzazione. Un videogame ci regala tutto questo.

Con i suoi trofei, i suoi obiettivi e i livelli, un gioco sembra essere nato quasi per questo. Pochi minuti con il controller in mano e già avremo sviluppato quelle capacità che ci faranno sentire bravi e competenti per tutto il resto del gioco e che ci consentiranno di portare a termini compiti e missioni via via più difficile.

A regalare questo senso di realizzazione però non è solo il gameplay, ma anche il confronto con gli altri, la capacità di instaurare relazioni e la continua competizione che ci consente di paragonarci agli altri giocatori. E così, i gamer, possono diventare altamente produttivi per riuscire a raggiungere i propri obiettivi e a migliorare le proprie skill, cosa che, stando alle teorie di Seligman, contribuisce ad aumentare il loro livello di benessere.

La chiave è la moderazione

5 fattori, 5 elementi che possiamo trovare nei titoli con cui ci dilettiamo quasi ogni giorno e che riescono a creare tutte quelle sensazioni positive che ci rendono più felici e soddisfatti. Ovviamente, come vi dicevo all’inizio, non si tratta di una banale correlazione e giocare 20 ore la settimana nell’illusione di poter stare ancora meglio è errato. La chiave del PERMA è la moderazione, è un uso consapevole di un mezzo di intrattenimento che nasconde enormi potenzialità e allo stesso tempo qualche pericolo, ma non più di molte altre cose. Sarebbe sbagliato passare molte ore a guardare film, sarebbe pericoloso rinchiudersi nei libri, sarebbe altrettanto errato investire intere giornate per andare in palestra.

Insomma, i benefici di qualche ora passata davanti ad una console o ad un pc sono diversi, ma è importante trovare il giusto equilibrio tra una passione, uno sfogo, un momento di evasione e tutte le altre componenti che, volenti o nolenti, fanno parte di questa nostra umana esistenza.