La nostra è l’epoca dell’allarmismo: quella per la tecnologia (“Oddio, ci controllano!“), quella per il cibo (“Oddio, ci avvelenano“), quella per l’energia nucleare (“Oddio, moriremo tutti!“). Ogni giorno qualcuno si sveglia e pensa di puntare il dito in assenza di vere motivazioni o per le ragioni sbagliate. Negli ultimi mesi un susseguirsi di eventi ha riportato in auge il cosiddetto “allarme videogiochi violenti“, quella teoria, alimentata molto spesso da alcuni media, che incolpano i videogames di qualunque cosa.

Vi do una notizia: l’allarme “videogiochi violenti” non esiste.

Quello che dovremmo lanciare è l’SOS “genitori disinformati o distratti” perché tutto si riduce a questo. Non ne siete convinti? Provo a spiegarvelo.

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Prendete un bambino di 10 anni e un genitore in libreria. Il pargolo punta il dito su un libro Edgar Allan Poe e dice che vuole quello per motivi che vanno da “Mi hanno detto che è figo” a “I miei amici l’hanno letto” passando per “Ma in televisione ho visto che…“. Un genitore qualunque, con una media cultura letteraria, dovrebbe dire no, no perché i racconti horror di Poe sono troppo evocativi per la mente di un ragazzino che va ancora alle elementari. Insomma, un genitore informato dovrebbe a quel punto optare per Harry Potter, Hunger Games o Tom Sawyer.

Ripensate al medesimo scenario. Questa volta il genitore non ha familiarità con Edgar Allan Poe. La scelta corretta, quella che dovreste fare perché è il vostro ruolo di adulto ed educatore a richiedervelo, è informarvi per sapere di cosa parlano le storie dell’autore; l’informazione ricevuta dal commesso, o da Google, vi servirà a stabilire la stessa identica cosa del genitore di prima: non è un libro per bambini.

La terza ed ultima scena che voglio vi immaginiate è quella in cui il padre o la madre della nostra banalissima storia scelgano di non informarsi. Il risultato potrebbe essere un bambino che alle 3 di notte corre in camera dei genitori perché ha fatto un incubo in cui un vecchio veniva smembrato come nel racconto Il cuore rivelatore.

Di chi è la colpa? Di Poe che ha scritto il racconto? Dell’editore che l’ha pubblicato? O vostra perché avete scelto di non spendere 30 secondi della vostra vita per capire se era o meno il caso di regalare questo specifico libro a vostro figlio?

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La stessa identica cosa vale per i videogiochi, solo che al posto dell’autore c’è lo sviluppatore e al posto dell’editore c’è il publisher. Voi, genitori, siete sempre allo stesso identico posto, un posto dove tutto ciò che dovete fare è capire che il videogioco di oggi è il libro di ieri e che il vostro compito è stare al passo con i tempi per poter educare al meglio la vostra prole. Un posto dove il PEGI, il simbolo che trovate dietro e davanti le copertine dei videogiochi, vi dice qual è l’età consigliata risparmiandovi persino la fatica di controllare su Internet.

Non esiste il problema dei videogiochi violenti perché non esiste nemmeno il problema dei libri macabri o dei film dell’orrore.

Libri, videogiochi, film… Sono tutti dei mezzi per intrattenere e veicolare dei messaggi, sono tutti mezzi che un giorno potrebbero colpire la fantasia malata di qualcuno e portare ad atti di violenza vera, ma la colpa non può e non deve essere di un medium videoludico che viene pensato per divertire e raccontare una storia.

Se un giorno qualcuno commettesse un delitto uguale a quello visto in CSI, dovremmo imporre al network di non trasmettere più la serie TV perché un pazzo a cui mancava solo uno spunto ha usato un episodio come esempio? Se un domani uno salisse sul tetto di un palazzo giocando a fare il cecchino perché ha visto American Sniper dovremmo imporre a Brandley Cooper di non fare più l’attore? O ad Hollywood di produrre solo commedie romantiche?

Ovviamente no. Non possiamo castrare un medium dalle grandi potenzialità perché dei folli compiono gesti estremi o dei bambini vengono cresciuti in modo inadeguato. Dovremmo invece educare tanto i genitori quanto i bambini, dovremmo vivere al passo con i tempi e informarci per non rimanere indietro, dovremmo capire, una volta per tutte, che il videogioco non è niente più e niente meno di un mezzo di espressione, come un libro e un film.

I videogiochi violenti non sono un problema, sono un genere. Un genere come tanti, un genere che è pensato per intrattenere un pubblico adulto. Non è colpa loro se poi finiscono nelle mani di un bambino, è colpa della scarsa attenzione che è stata posta da chi, in negozio o su Internet, ha investito dei soldi senza controllare. È come se pagaste a vostro figlio il biglietto per vedere 50 Sfumature di Grigio o Saw – L’Enigmista.

Insomma, quello che dovremmo imparare, magari il prima possibile, è che i videogiochi sono pensati per fasce d’età diverse, per persone diverse, per adattarsi a gusti differenti, proprio come tutti gli altri mezzi d’intrattenimento.

Quindi mettete da parte l’ostilità e il finto allarmismo, aprite Google e cominciate ad ampliare la vostra cultura videoludica. Per voi e per i vostri figli.