L’ansia per il risultato, l’hype per l’ultimo capitolo di una saga che ha fatto la storia, la rabbia per come Konami ha trattato Kojima, la gioia di trovarsi davanti ad un titolo a cui il team di sviluppo ha dedicato anni di lavoro, la consapevolezza di essere di fronte al sequel di quel Ground Zeroes che ci ha aveva lasciato tutti con il fiato sospeso… Metal Gear Solid V: The Phantom Pain arriva sugli scaffali carico di sentimenti, dei sentimenti dei videogiocatori, vecchi e nuovi, che attendono questo momento da mesi e che hanno riposto in Kojima grandi speranze, nonostante il genio nipponico abbia rivoluzionato la saga introducendo l’ormai diffusissimo open world.

Ma cosa si nasconde dietro questa barricata di emozioni, dietro il bagaglio di ricordi che la serie porta con sé e l’enorme dose di solidarietà che tutti noi abbiamo mostrato a Kojima-san quando il legame con Konami si è spezzato? Provo a spiegarvelo con le consuete 5 parole.

Mirror Box

Agli inizi degli anni ’90 la ricerca sulla Sindrome dell’arto fantasma fece un balzo in avanti. Vilayanur Subramanian Ramachandran, ricercatore indiano diventato docente all’Università della California, aveva infatti concentrato i suoi sforzi per dimostrare che il dolore percepito dopo l’amputazione di un arto non era finto, non era psicologico, era semplicemente la conseguenza della persistenza di uno schema corporeo.

Che significa? Che il vostro cervello ha una mappa mentale di come siete fatti, di quante braccia e gambe avete, di quante orecchie e di quante dita. Lo schema non cambia se perdete un arto perché, di default, continuerete ad usare il vecchio modello.

Il risultato è il dolore, un dolore fastidioso e molesto che Ramachandran cercò di mitigare creando la Mirror Box, una scatola dotata di specchio che riflette l’arto rimasto illudendovi che sia tutto apposto, che il braccio mancante non sia davvero assente o che la gamba persa sia in realtà ancora lì, attaccata al corpo.

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è la Mirror Box di Big Boss, il tentativo di mitigare il dolore della perdita con una sequela di missioni che dovrebbero portarvi alla vendetta, che vi distraggono dal pensare al vostro braccio amputato, agli uomini perduti, alla caduta di ciò che avevate costruito insieme a Kaz.

Dopo 9 anni di coma Big Boss, o Venom Snake se preferite, fugge dall’ospedale e ritrova l’amico di sempre, deciso a cancellare il dolore con il sangue. Dopo la rocambolesca fuga affronterete ben 50 missioni principali, divise in due capitoli, durante le quali vi sentirete dire che non combattete in nome di un’ideale o di principi morali, combattete per la vendetta, combattete perché è la vostra Mirror Box, per l’illusione di cancellare il dolore.

Punizione

GamesPrincess_MetalGearSolidV_ThePhantomPain_gameplay

Il dolore di Big Boss diventerà, nel corso delle missioni, il vostro.

Metal Gear Solid V è un gioco estremamente longevo, fatto di missioni principali e secondarie che vi terranno impegnati per ore e che metteranno alla prova la vostra abilità tattica, la pazienza e i riflessi. Un titolo impegnativo che millanta di essere nato per garantire a tutti una grande libertà d’approccio, ma, credetemi, è solo un’altra illusione. The Phantom Pain premia sempre e solo la capacità di muovervi nell’ombra, di rimanere nascosti, di fare eliminazioni tattiche. Insomma, l’approccio stealth la fa da padrone. Ovviamente niente vi impedisce di lanciarvi ad armi spianate ma il risultato sarà quasi sempre rovinoso, con qualche miglioramento solo più avanti, quando il D-Walker e Quiet cominceranno a farvi da supporto durante le varie infiltrazioni.

Un po’ deludente anche la varietà di missioni offerte. Spesso e volentieri tornerete negli stessi avamposti o nelle stesse prigioni nemiche con obiettivi simili, obiettivi che raramente aggiungono qualcosa alla storia. La colpa è indubbiamente della Mother Base. Metal Gear Solid V – The Phantom Pain introduce infatti una componente gestionale, incaricandovi di espandere la nuova base e di recuperare risorse, che siano esse animali, uomini, veicoli o piante. Una variante di per sé piacevole ma, a mio avviso, mal implementata considerando che, per riuscire ad espandere il quartier generale dei Diamond Dogs, dovrete inevitabilmente cadere nel tunnel della ripetitività.

Difficile però puntare il dito su Kojima. Il progetto è immenso ed ambizioso e il gameplay rimane solidissimo, capace di mettervi alla prova per ore e di tenervi incollati allo schermo seppur nella più totale frustrazione perché sì, non è sempre una passeggiata, ma i comandi sono semplici e reattivi, l’intelligenza artificiale degli alleati è eccellente mentre quella dei nemici è decisamente migliorata.

Credits

GamesPrincess_MetalGearSolidV_ThePhantomPain_grafica

The Phantom Pain mette in scena tutta la passione per il cinema del game designer giapponese. Il prologo prima e il finale poi ci regalano emozioni da sala cinematografica riducendo al minimo il gameplay per puntare tutto sull’impatto visivo. La struttura delle missioni invece è quasi da serie TV, con i titoli di apertura e di coda che accompagneranno ogni singolo step per ricordarvi che questo è l’ultimo grande gioco di Hideo Kojima. Un tributo all’egocentrismo dell’ex genio di Konami che da un lato ci fa sorridere e suona un po’ come una piccola vendetta per aver tolto i riferimenti alla Kojima Productions dalla cover art, mentre dall’altro rischia di irritare, spezzando il ritmo di un gioco che non brilla certo per il ritmo della narrativa.

Ottimo invece il comparto grafico, che punta al fotorealismo regalandoci ambienti dettagliati, ricostruiti con grande perizia e conditi con agenti atmosferici realizzati in modo impeccabile. FOX Engine si comporta poi egregiamente quando si tratta di gestire le fonti luminose e il ciclo giorno-notte ma anche quando ha l’arduo compito di far trasparire i pensieri dei personaggi. Non manca ovviamente qualche neo, come texture occasionalmente poco definite e il frame rate non sempre solidissimo, ma niente che incida davvero sull’esperienza di gioco.

Impossibile infine non parlare del comparto sonoro, caratterizzato da moltissimi brani mixati sapientemente con i rumori dell’ambiente di gioco; qui niente è lasciato al caso: dal fastidioso rumore delle tempeste di sabbia al respiro di Big Boss, tutto sembra essere stato studiato per restituirci un’esperienza assolutamente unica e realistica.

Walkman

GamesPrincess_MetalGearSolidV_ThePhantomPain_cassette

Immaginate di infiltrarvi in una prigione sovietica. Nemici ad ogni angolo, fonti luminose proprio dove vorreste passare voi, pavimenti in legno che scricchiolano ad ogni passo. E poi, ad un certo punto, loro, gli a-ha con Take on me.

Che fare? Semplice, vi avvicinate alla radio e rubate la cassetta.

Ebbene sì, Big Boss colleziona cassette, quelle contenenti brani di successo che hanno caratterizzato gli anni ’80 o con canzoni scritte appositamente per il gioco, ma soprattutto cassette che cercano di sopperire ad una delle grandi mancanze di questo gioco: la storia. Le varie missioni infatti vi permetteranno di sbloccare e raccogliere una serie di tracce audio che spesso e volentieri vi aiutano a capire qualcosa di più della storia.

Un escamotage sicuramente originale, complici soprattutto i riferimenti alla cultura pop dell’epoca e alle vicissitudine storiche degli anni ’80, ma incapace di restituire corposità alla vicenda. Insomma, che i giocatori siano costretti a perdere tempo ascoltando i racconti di Ocelot per riuscire a capire qualcosa in più della storia è quasi vergognoso.

Hollywood

Metal Gear Solid V – The Phantom Pain è indubbiamente il nuovo capitolo della saga di Kojima, ma difficilmente potrei definirlo l’ultimo. Il gioco ci lascia pieni di domande e di dubbi, incapace di fare chiarezza e di darci quella sensazione di chiusura di cui avevamo bisogno, colpa purtroppo di una narrativa lenta e penalizzata dalle troppe missioni legate allo sviluppo della Mother Base.

Il motivo potrebbe essere piuttosto semplice da individuare: nessuno poteva prevedere che il rapporto tra Konami e Kojima avrebbe presto questa piega e così il creatore di MGS ha avuto mesi e mesi di tempo per pensare ad un titolo che potesse rivoluzionare sì la saga, ma non chiuderla. The Phantom Pain è sicuramente una svolta, una ventata di novità per la serie, ma non voleva esserne la conclusione.

Messa da parte però l’amarezza per tutti i punti di domanda con cui ci lascia questo Metal Gear Solid, rimane la consapevolezza di avere tra le mani un titolo impegnativo, ambizioso e decisamente meritevole del vostro tempo, perfetto per coloro che vogliono mettersi alla prova e capace di sorprendervi e stupirvi come solo Kojima sa fare, con quella maestria degna dei migliori registi hollywoodiani.

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2 COMMENTI

  1. Per quanto riguarda le domande lasciate aperte eri al corrente che c’è un secondo finale? Proprio come avveniva in Peace walker pare ci sia un secondo finale, non alternativo ma continuativo (e quello di peace walker non era mica una cosa da niente). Sembra sia piuttosto difficile da sbloccare ma non posso dire nulla al riguardo perche non ho nemmeno finito l’avventura.

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