Stifled, l’horror sviluppato da Gattai Games in esclusiva per Playstation 4, fino ad ora, si era mostrato in ben pochi trailer e screenshot. La sua ultima apparizione, fatta alla Paris Games Week nel pre-show Sony, ha contribuito a risvegliare la curiosità e l’interesse dei videogiocatori, ma non ha svelato particolari dettagli riguardo a gameplay o storia. Cercherò quindi di descrivervi la mia avventura all’interno del titolo senza spoiler, lasciando l’alone di mistero che lo ha avvolto fino all’uscita, il tutto in cinque immediate parole.

Contorto

Tutto inizia come una normale giornata, che potrebbe far parte della quotidianità di ciascuno di noi: il protagonista, che non vediamo in volto, si ridesta dal sonno a causa del penetrante suono della sveglia, per poi fare i primi assonnati passi all’interno della sua camera da letto. Un letto matrimoniale vuoto, unito a foto di ricordi sui comodini e sulle mensole, trasmette immediatamente un certo senso di disagio, probabilmente legato alla mancanza di una figura amata.

Esplorando la casa e seguendo delle fugaci apparizioni di una donna scopriamo finalmente, tramite dei documenti, di vestire i panni di David Ridley, individuo dal complesso passato militare. La mente del protagonista è affetta fin dall’inizio da stranissime visioni/incubi, che lo porteranno presto a ritrovarsi in una dimensione completamente oscura. Qui, accanto ad una macchina capovolta, preoccupanti strisce di sangue, una bottiglia di alcol e una confezione di antidepressivi, inizia la vera avventura horror all’interno di Stifled.

Seguendo le strisce di sangue David farà il suo ingresso in un labirinto fatto di cunicoli sotterranei, dove incontrerà il suo effettivo nemico: una specie di mostro deforme e letale, caratterizzato dall’aspetto di un neonato e da orecchie estremamente sensibili.

Ecolocalizzazione

A stupire e attirare è il concetto alla base di Stifled: quest’ultimo è infatti completamente incentrato sull’ecolocalizzazione che, già in passato, aveva avuto occasione di mostrare il suo carattere di arma a doppio taglio, in grado di diventare sia un tratto caratteristico sfruttabile per rendere più intenso il gameplay sia un aspetto devastante. All’interno del titolo di Gattai Games il concetto di suono si rivela subito come fondamentale. L’ambiente che circonda il protagonista (e noi, di conseguenza) riesce infatti ad assumere una forma e un aspetto vero e proprio soltanto mediante la produzione, che è a carico del giocatore, di “rumore”.

Una volta generato, mediante specifico pulsante del controller o grazie alla voce, il suono si espanderà nello spazio, permettendo di vedere per pochi istanti gli oggetti nei dintorni e di muoversi di conseguenza. Il rumore, però, attirerà presto l’attenzione dei nostri nemici, che approfitteranno della necessità del protagonista di generare suoni per individuarlo e dargli un abbraccio poco affettuoso.

Stifled si sviluppa quasi completamente intorno a queste meccaniche, fatta eccezione per la parte iniziale ambientata all’interno della casa, che può essere considerata esplorativa, e per le sequenze basate sulla distrazione dei nemici e quindi più “stealth”. Questi momenti, però, non sono in numero sufficiente da spezzare la monotonia generata dalla continua camminata nel buio, che ricorda titoli appartenenti all’universo dei walking simulator.

Essenziale

Le ambientazioni, fin dall’inizio, si mostrano in tutta la loro essenzialità: caratterizzate da linee semplici e forme poligonali, riportano infatti la mente a giochi per console old-gen. Nostalgia a parte, la grafica e il mondo di gioco tendono a perdersi all’interno del buio in cui quasi tutta la storia si svolge: uno dei pochi istanti in cui abbiamo la possibilità di dare un’occhiata ad un’ambientazione diversa sono le sequenze iniziali che, ambientate nella casa del protagonista, sono caratterizzate dalla presenza di qualche dettaglio.

Una volta persi i colori e finiti nella “dimensione oscura”, però, le fattezze dell’ambiente e degli oggetti circostanti vengono messi in risalto soltanto da un intenso contrasto tra bianco e nero, colorato da qualche punta di rosso in presenza dei nemici. Quest’ultimo, dopo lo stupore iniziale, finisce per perdere molto velocemente il suo fascino, rendendo tutto ripetitivo e monotono, oltre che disorientante.

Macchinoso

Per scavare all’interno della storia alla base del titolo si rivela necessaria una piccola parte esplorativa, soprattutto nelle fasi iniziali e ancora “luminose”. In queste ultime aprire cassetti e analizzare documenti sarà infatti utile per scoprire informazioni proprio sui trascorsi di David, così come per capire le fasi di gioco successive. La curiosità rischia però di spegnersi davanti alla difficoltà dei movimenti, derivante principalmente dalla sensibilità delle levette analogiche e, in secondo luogo, da una generica goffaggine del personaggio.

Stesso dettaglio genera anche una forte frustrazione nelle fasi in cui sono presenti i nemici: i movimenti macchinosi trasmettono un tale senso di lentezza da eliminare qualsiasi vena stealth, riducendo il tutto ad un rischio di morte continua. Un esempio deriva dal lancio delle pietre per distrarre i mostri che, già reso difficilissimo dalle movenze del personaggio, appare ancora più impossibile a causa della mancanza di un qualsiasi indicatore che indichi la lunghezza del lancio.

VR

Con Stifled, Gattai Games tenta di scostarsi dai titoli comuni mediante un uso diverso dell’ecolocalizzazione, sfruttata per creare una sorta di sottile tensione che spinge a rimanere sempre all’erta. Poco dopo le prime scene, però, il meccanismo finisce per diventare noioso e rischia di spingere il giocatore a correre pur di terminare in fretta l’avventura. Tutto il viaggio all’interno del titolo, inoltre, è caratterizzato dalla terribile sensazione di trovarsi in un gioco pensato esclusivamente per Playstation VR, e adattato solo successivamente al pad.

Ulteriore difetto riguarda la narrazione che, oltre a non avere fondamenta solide per quanto riguarda la storia del protagonista, non viene sviluppata a dovere nella breve durata dell’avventura, finendo così per stampare un grosso punto di domanda sul volto dell’ignaro giocatore.

La buona volontà di Gattai Games è evidente nell’idea alla base del titolo, che però rimane quasi al livello di un progetto studentesco, incapace di spiccare nel vasto universo videoludico.

 

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